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    Home » Un sito trasmette “Buen Camino” con Zalone prima dell’uscita, AGCOM lo oscura in 24 ore
    Diritto

    Un sito trasmette “Buen Camino” con Zalone prima dell’uscita, AGCOM lo oscura in 24 ore

    Paolo LosiBy Paolo LosiGennaio 7, 2026Updated:Gennaio 7, 2026Nessun commento
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    La Determina n. 181/25/DDA dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni è uno di quei provvedimenti che, pur essendo tecnicamente “di settore”, raccontano molto di più di una singola vicenda. Dietro il blocco imposto per la diffusione illegale del film Buen Camino si intravede infatti un cambio di passo nell’approccio italiano, e sempre più europeo, alla lotta contro la pirateria digitale. L’approccio diventa più rapido, più automatico, più integrato con le nuove regole sulle piattaforme.

    Chi guarda all’intelligenza artificiale, alle piattaforme online e alla governance del digitale, capisce da subito che sarebbe riduttivo considerarla una questione legata al copyright. È, in realtà, un caso di studio su come l’enforcement amministrativo stia diventando una vera infrastruttura tecnologica.

    Un film “prima ancora di uscire”. Ecco perché il caso è diverso dagli altri

    Il punto di partenza è semplice. Secondo la segnalazione presentata ad AGCOM, Buen Camino sarebbe stato reso disponibile online quando non era ancora distribuito nelle sale. Questo dettaglio cambia tutto.

    Quando un’opera è in “pre-release”, il danno economico è considerato immediato e irreversibile. Non si tratta di recuperare visualizzazioni perse, ma di difendere l’intero ciclo commerciale di un prodotto culturale. È su questa base che AGCOM sceglie la strada dell’urgenza, adottando una misura cautelare invece di un procedimento ordinario.

    In altre parole non si aspetta che il danno si consolidi. Si interviene subito.

    Il blocco DNS spiegato senza tecnicismi

    La misura scelta è il cosiddetto blocco DNS. In termini semplici, significa impedire che, dall’Italia, un determinato nome di dominio venga “tradotto” nell’indirizzo del server che ospita i contenuti.

    È un intervento a monte con il quale si rende il sito irraggiungibile per gli utenti italiani. La determina impone agli operatori di rete di farlo entro 24 ore, un tempo che racconta bene il livello di accelerazione dell’enforcement.

    Non solo. Quando l’utente prova a collegarsi, viene automaticamente reindirizzato verso una pagina informativa predisposta dall’Autorità, che spiega il motivo del blocco. Anche questo è un segnale: il controllo non è più “invisibile”, ma esplicitamente comunicato.

    Dal singolo sito al “blocco che si adatta”

    Il vero salto di qualità, però, sta altrove. La determina non riguarda solo il dominio segnalato, ma anche eventuali futuri domini, sottodomini o indirizzi IP che dovessero essere usati per aggirare il blocco.

    È qui che entra in gioco Piracy Shield, la piattaforma tecnologica che consente di segnalare rapidamente nuove risorse illegali e di estendere quasi in tempo reale i blocchi già disposti.

    Questo significa che il contrasto alla pirateria non è più una sequenza di provvedimenti isolati, ma un meccanismo continuo, capace di aggiornarsi man mano che cambiano le strategie di chi diffonde contenuti illegali.

    Dal punto di vista tecnologico, è un modello “reattivo”. Dal punto di vista giuridico, è un modello che concentra molto potere decisionale nella fase iniziale della segnalazione.

    Piattaforme globali, confini locali

    Un altro aspetto interessante è la dimensione internazionale del caso. Il dominio coinvolto risulta registrato all’estero, con infrastrutture tecniche distribuite tra Europa e Stati Uniti e l’uso di servizi di intermediazione come proxy e CDN.

    In questi scenari, individuare l’autore materiale della violazione è spesso impossibile. La risposta dell’Autorità è quindi pragmatica andando direttamente a colpire non chi pubblica, ma chi consente l’accesso.

    È una logica già vista in passato, ma qui applicata con strumenti molto più rapidi e standardizzati. Il risultato è una forma di extraterritorialità “di fatto”. Anche se il sito è fuori dall’Italia, l’accesso dal territorio nazionale può essere spento quasi istantaneamente.

    L’innesto con il Digital Services Act

    C’è poi un elemento che guarda esplicitamente all’Europa. La determina richiama il Digital Services Act e tratta l’ordine di blocco come un vero e proprio “ordine legale” ai sensi delle nuove regole UE sulle piattaforme.

    In pratica, i destinatari devono non solo eseguire il blocco, ma anche comunicare senza ritardo come hanno dato seguito all’ordine. È un passaggio importante: l’enforcement antipirateria viene inserito nella stessa architettura normativa che regola contenuti illegali, trasparenza e responsabilità delle piattaforme.

    Questo avvicinamento tra diritto d’autore e DSA suggerisce che, in futuro, le due dimensioni saranno sempre meno separate.

    Velocità contro garanzie. Il nodo dell’overblocking

    C’è però un rovescio della medaglia. Un sistema così rapido e adattivo riduce drasticamente il tempo di reazione di chi subisce il blocco. Il reclamo è possibile, ma non sospende l’efficacia del provvedimento.

    Inoltre, quando si lavora su blocchi DNS e infrastrutture condivise, il rischio di overblocking, cioè di colpire anche contenuti leciti ospitati sugli stessi servizi, diventa strutturale. La determina richiama i principi di proporzionalità, ma la motivazione resta standardizzata, affidando l’equilibrio più alla prassi che a valutazioni caso per caso.

    È una tensione tipica della regolazione digitale contemporanea: più velocità ed efficacia, meno spazio per la verifica preventiva.

    Cosa ci dice questo caso sul futuro del controllo online

    Al di là di Buen Camino, la Determina 181/25 racconta un modello che potrebbe estendersi ad altri ambiti con ordini rapidi, esecuzione tecnica automatizzata, piattaforme di segnalazione centralizzate, integrazione con il diritto europeo delle piattaforme.

    La domanda aperta è se questo equilibrio, tra tutela dei diritti, tecnologia e garanzie, reggerà quando i casi non saranno così “facili” come un film pirata prima dell’uscita. È lì che si misurerà davvero la sostenibilità di questo nuovo modello di enforcement.

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    Paolo Losi

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