“In questo momento tutti i media italiani stanno perdendo contatti a causa dell’intelligenza artificiale di Google Overview”. La dichiarazione di Alessandra Costante, pronunciata a margine di un evento al Parlamento europeo, non si limita a una denuncia di settore ma descrive un fenomeno già in atto.
Il riferimento è a Google AI Overview, il riquadro che compare in cima ai risultati di ricerca e fornisce una risposta sintetica attingendo ai contenuti pubblicati online. Una funzione pensata per semplificare l’esperienza dell’utente, ma che modifica profondamente il flusso dell’informazione.
Dal click alla risposta: cosa cambia davvero
Il meccanismo è semplice e allo stesso tempo dirompente. Se la risposta è già visibile nella pagina di ricerca, il passaggio verso il sito che ha prodotto quel contenuto diventa opzionale.
Per anni l’equilibrio è stato basato su un principio chiaro: i motori di ricerca indicizzano, gli utenti cliccano, le testate monetizzano. Con l’intelligenza artificiale questo schema si ridisegna. Il punto di accesso all’informazione non è più un ponte verso le fonti, ma un punto di arrivo.
Negli Stati Uniti, dove queste funzioni sono operative da più tempo, alcune analisi indicano riduzioni significative del traffico organico su determinate tipologie di ricerche. I siti editoriali risultano tra i più esposti a questo cambiamento.
Il nodo giuridico: il diritto arriva tardi
La questione si sposta rapidamente sul piano legale. La direttiva europea sul copyright del 2019, recepita in Italia con il decreto legislativo 177/2021, ha introdotto un diritto connesso pensato per tutelare gli editori dallo sfruttamento dei contenuti da parte delle piattaforme.
Il principio è noto: se utilizzi contenuti giornalistici per generare valore economico, devi riconoscere una remunerazione. Ma questo impianto è stato costruito su un modello diverso, basato su snippet e link.
Con sistemi come AI Overview la dinamica cambia. Il contenuto non viene semplicemente mostrato, ma rielaborato e sintetizzato. Il confine tra utilizzo legittimo e sfruttamento economico diventa meno definito, e la norma rischia di non intercettare pienamente il fenomeno.
Non è la prima volta, ma è diverso
Il confronto tra editori e piattaforme non nasce oggi. In Spagna, Germania e Australia si sono sviluppati negli anni modelli diversi di compensazione, spesso attraverso negoziazioni complesse e soluzioni ibride.
In tutti questi casi, però, il punto di partenza restava lo stesso: il link continuava a esistere come passaggio centrale. L’utente poteva ancora essere indirizzato verso la fonte.
Con l’intelligenza artificiale questo passaggio perde centralità. La risposta è completa, il link diventa accessorio, il click meno necessario. Non si tratta di un’evoluzione dello snippet, ma di una trasformazione più radicale.
Il vuoto europeo tra regolazione e mercato
Il richiamo all’Europa avanzato dalla Fnsi apre una questione ancora irrisolta. Il Digital Services Act ha introdotto obblighi per le piattaforme digitali, mentre il AI Act si concentra sui rischi legati ai sistemi di intelligenza artificiale.
Resta però uno spazio scoperto: la redistribuzione del valore economico nell’ecosistema informativo. Non esiste, allo stato, un meccanismo chiaro che colleghi l’utilizzo dei contenuti giornalistici nei sistemi di AI a un obbligo di remunerazione diretta.
La questione di fondo: chi paga l’informazione
Quando si afferma che la tecnologia non è neutra, si richiama una responsabilità precisa. Le scelte tecnologiche producono effetti economici e culturali che incidono sulla struttura del mercato.
Il punto non è fermare l’innovazione, ma comprendere come sostenere la produzione di informazione in un contesto in cui l’accesso avviene sempre più attraverso sistemi che non generano traffico verso le fonti.
La distanza tra la velocità dell’evoluzione tecnologica e i tempi della regolazione resta il nodo centrale. Ed è in questo spazio che si gioca una partita decisiva per il futuro del pluralismo informativo.




