Google e Meta contro i diritti degli editori, la battaglia arriva alla Corte UE: la Danimarca entra nel processo al fianco del Belgio

La battaglia sul futuro economico dell’informazione digitale arriva davanti alla Corte di giustizia dell’Unione europea e assume una dimensione che supera ormai i confini nazionali.

La Danimarca ha deciso di intervenire nel procedimento che vede contrapposti il Belgio e alcune delle più importanti imprese tecnologiche mondiali sulla tutela dei diritti degli editori e sulla remunerazione per l’utilizzo online dei contenuti giornalistici.

La controversia coinvolge Streamz e gruppi come Google, Meta, Spotify e Sony, che hanno contestato davanti alla giustizia belga alcune disposizioni adottate dal Belgio nel recepimento della direttiva europea sul diritto d’autore nel mercato unico digitale.

La decisione del governo danese di intervenire nel procedimento al fianco del Belgio dimostra quanto la vicenda sia considerata strategica per il futuro dell’editoria europea.

Il problema è semplice da descrivere ma estremamente difficile da risolvere: chi produce informazione deve essere remunerato quando i propri contenuti vengono utilizzati dalle grandi piattaforme digitali?

E soprattutto, quali strumenti possono adottare gli Stati per riequilibrare un rapporto economico nel quale editori nazionali e imprese tecnologiche globali hanno dimensioni e capacità negoziali profondamente differenti?

Al centro della controversia c’è l’articolo 15 della direttiva europea 2019/790 sul diritto d’autore nel mercato unico digitale, conosciuta come direttiva DSM.

La norma ha riconosciuto agli editori di giornali uno specifico diritto connesso per l’utilizzo online delle pubblicazioni giornalistiche da parte dei prestatori di servizi della società dell’informazione.

L’obiettivo del legislatore europeo era intervenire su uno degli squilibri più evidenti dell’economia digitale.

Per anni motori di ricerca, social network, aggregatori e piattaforme hanno costruito servizi capaci di generare traffico, dati, pubblicità e valore economico anche attraverso la diffusione e l’indicizzazione dei contenuti prodotti dalle imprese editoriali.

Gli editori, invece, devono sostenere i costi della produzione dell’informazione: giornalisti, redazioni, corrispondenti, verifiche delle fonti, inchieste e infrastrutture tecnologiche.

La direttiva europea ha cercato di correggere almeno in parte questo squilibrio riconoscendo agli editori la possibilità di negoziare l’utilizzo digitale delle proprie pubblicazioni.

Il problema è nato nel momento in cui gli Stati membri hanno trasformato il principio europeo in norme nazionali. Il Belgio ha adottato una disciplina destinata a rafforzare la posizione degli editori nelle trattative con le piattaforme digitali. Una scelta contestata dalle imprese tecnologiche e finita davanti ai giudici.

Perché Google e Meta contestano il modello belga

La controversia è iniziata nel 2023. Streamz, Google, Meta, Spotify e Sony hanno contestato alcune disposizioni della legislazione belga adottata per recepire la direttiva europea.

La questione è arrivata alla Corte di giustizia dell’Unione europea, chiamata a stabilire quali siano i margini riconosciuti agli Stati membri nell’introduzione di strumenti destinati a garantire concretamente i diritti economici degli editori.

Il nodo è decisivo. Una direttiva europea stabilisce obiettivi comuni, ma lascia agli Stati un determinato spazio nella scelta delle modalità attraverso le quali raggiungerli. Questo spazio, però, non è illimitato. Le legislazioni nazionali non possono introdurre obblighi incompatibili con il diritto europeo o limitare illegittimamente la libertà delle imprese di offrire i propri servizi nel mercato unico.

La Corte dovrà quindi stabilire se il Belgio abbia semplicemente reso effettivi i diritti riconosciuti dalla direttiva oppure se abbia imposto alle piattaforme obblighi ulteriori rispetto a quelli previsti dalle norme europee.

La Danimarca entra nel processo e difende gli editori

La Danimarca ha deciso di schierarsi. Il governo di Copenaghen interverrà nel procedimento sostenendo la posizione del Belgio.

Secondo la ministra della Cultura danese Zenia Stampe, le piattaforme digitali non dovrebbero poter beneficiare economicamente dei contenuti prodotti dai media senza garantire una remunerazione adeguata agli editori.

La preoccupazione del governo danese riguarda soprattutto le conseguenze di una possibile decisione favorevole alle piattaforme. Una sentenza che limitasse fortemente la possibilità degli Stati di intervenire potrebbe indebolire la capacità degli editori europei di negoziare con i grandi gruppi tecnologici.

Il problema è il potere contrattuale. Da una parte ci sono imprese editoriali che operano prevalentemente sui mercati nazionali. Dall’altra aziende tecnologiche globali che controllano alcuni dei principali strumenti attraverso i quali miliardi di persone accedono alle informazioni online.

Per molti giornali, rinunciare alla visibilità garantita dai motori di ricerca e dai social network può significare perdere una quota importante di lettori e ricavi pubblicitari.

Per le grandi piattaforme, invece, il singolo editore rappresenta soltanto uno dei milioni di soggetti che producono contenuti destinati a circolare all’interno dei loro ecosistemi digitali.

Il vero problema è lo squilibrio di potere tra giornali e piattaforme

Il confronto davanti alla Corte europea riguarda formalmente il diritto d’autore. Ma dietro le norme giuridiche esiste un problema economico molto più ampio. Google, Meta e le altre grandi imprese tecnologiche controllano infrastrutture digitali diventate essenziali per la distribuzione delle informazioni. Motori di ricerca, social network e piattaforme rappresentano ormai uno dei principali punti di accesso alle notizie.

Questo sistema ha progressivamente modificato la distribuzione del valore economico prodotto dall’informazione. Gli editori finanziano la produzione delle notizie. Le piattaforme controllano sempre più spesso la loro distribuzione. Il risultato è un rapporto profondamente asimmetrico. In teoria, editori e piattaforme potrebbero negoziare liberamente accordi economici. Nella realtà, la differenza di dimensioni e potere contrattuale rende estremamente difficile una trattativa tra soggetti che partono da condizioni così diverse.

Proprio per questo alcuni Stati hanno introdotto procedure di negoziazione, obblighi di trasparenza e altri strumenti destinati a favorire accordi economici.

Ed è proprio sulla legittimità e sull’estensione di questi strumenti che dovrà pronunciarsi la Corte di giustizia.

Una decisione che potrebbe cambiare le regole in tutta Europa

La futura pronuncia potrebbe avere conseguenze molto più ampie del caso belga. Se la Corte dovesse adottare un’interpretazione restrittiva della direttiva, gli Stati europei avrebbero meno spazio per introdurre strumenti nazionali destinati a rafforzare la posizione negoziale degli editori.

Una decisione favorevole al Belgio potrebbe invece riconoscere ai governi un margine più ampio per costruire meccanismi capaci di rendere effettivo il diritto degli editori a essere remunerati.

La differenza è sostanziale. Riconoscere formalmente un diritto non significa necessariamente garantire la possibilità concreta di esercitarlo. Un piccolo o medio editore chiamato a negoziare individualmente con una piattaforma globale parte inevitabilmente da una posizione di debolezza.

Il problema del legislatore diventa quindi individuare strumenti capaci di riequilibrare la trattativa senza trasformarsi in limitazioni sproporzionate della libertà d’impresa.

L’intelligenza artificiale rende la battaglia ancora più importante

La controversia arriva in un momento nel quale il modo di accedere all’informazione sta cambiando nuovamente. La diffusione dell’intelligenza artificiale generativa potrebbe modificare ancora più profondamente il rapporto tra piattaforme ed editori.

I motori di ricerca tradizionali mostravano collegamenti ai siti delle testate giornalistiche e indirizzavano gli utenti verso le fonti originali.

I nuovi sistemi basati sull’intelligenza artificiale possono invece elaborare informazioni provenienti da molteplici fonti e fornire direttamente agli utenti risposte, sintesi e ricostruzioni. Il rischio per gli editori è evidente. Gli utenti potrebbero ottenere le informazioni senza visitare i siti che hanno sostenuto i costi necessari per produrle.

Meno visite significano meno pubblicità, meno abbonamenti e minori risorse economiche disponibili per finanziare il giornalismo. Il tema della remunerazione dei contenuti assume così una nuova dimensione. Non riguarda più soltanto l’utilizzo delle notizie da parte dei motori di ricerca o dei social network.

Riguarda anche il futuro dei sistemi di intelligenza artificiale che utilizzano enormi quantità di contenuti per addestrare i propri modelli e produrre risposte automatiche.

La nuova battaglia europea sul valore dell’informazione

Negli ultimi anni l’Unione europea ha cercato di ridisegnare le regole dell’economia digitale. Il Digital Markets Act ha introdotto obblighi specifici per le grandi piattaforme considerate gatekeeper. Il Digital Services Act ha rafforzato responsabilità e obblighi di trasparenza dei servizi online.

L’AI Act ha costruito il primo quadro normativo generale europeo dedicato all’intelligenza artificiale. La direttiva Copyright rappresenta un altro tassello della stessa strategia.

L’obiettivo è evitare che poche imprese tecnologiche possano determinare unilateralmente le condizioni di funzionamento dei mercati digitali.

Ma la vicenda arrivata davanti alla Corte di giustizia dimostra quanto sia difficile trasformare i principi in regole realmente efficaci. Le piattaforme chiedono certezza normativa e limiti alla possibilità degli Stati di introdurre nuovi obblighi.

Gli editori chiedono strumenti capaci di rendere effettivo il diritto a ricevere una parte del valore economico generato attraverso i loro contenuti. La Corte dovrà stabilire dove si trova il punto di equilibrio.

Chi pagherà l’informazione nell’era delle piattaforme e dell’AI?

La decisione della Danimarca di intervenire nel procedimento al fianco del Belgio dimostra che la controversia è diventata una questione politica europea.

Il futuro dell’informazione dipende sempre di più dalla capacità delle istituzioni di affrontare un problema che il mercato, da solo, non sembra essere riuscito a risolvere. Chi produce contenuti giornalistici sostiene costi economici elevati.

Chi controlla le piattaforme attraverso le quali quei contenuti raggiungono il pubblico possiede invece un potere crescente sulla distribuzione dell’informazione e sulla raccolta dei ricavi pubblicitari. Con l’intelligenza artificiale questo squilibrio potrebbe aumentare ulteriormente.

La domanda che arriva davanti ai giudici europei è quindi molto più grande della controversia sulla legge belga. L’Europa dovrà decidere se limitarsi a riconoscere formalmente i diritti degli editori oppure costruire strumenti capaci di garantire che quei diritti possano essere esercitati anche nei confronti delle imprese più potenti dell’economia digitale.