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    Home » La guerra dei chip passa anche dall’Europa. E il caso belga è un avvertimento
    Cybersecurity

    La guerra dei chip passa anche dall’Europa. E il caso belga è un avvertimento

    Riccardo TripepiBy Riccardo TripepiSettembre 7, 2026Updated:Settembre 7, 2026Nessun commento
    Tecnico in una fabbrica di semiconduttori esamina un wafer di chip, mentre sullo sfondo alcuni agenti scortano un uomo tra le bandiere dell’Unione europea e della Cina.
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    L’arresto in Belgio di un dirigente accusato di aver trasferito in Cina segreti industriali sui semiconduttori potrebbe sembrare uno dei tanti episodi della lunga contesa tecnologica tra Pechino e l’Occidente. In realtà merita attenzione soprattutto per quello che racconta dell’Europa e della sua capacità di proteggere le tecnologie sulle quali sta cercando di costruire una maggiore autonomia.

    La procura federale belga ha reso noto che un uomo di 52 anni, nato a Pechino e con doppia cittadinanza belga e cinese, è detenuto dal 10 maggio. Le accuse comprendono spionaggio industriale, associazione criminale e divulgazione illecita di segreti aziendali. L’uomo è stato fermato all’aeroporto di Zaventem mentre stava per partire per Pechino. Un secondo sospettato è ricercato e dispositivi di memoria e apparati di comunicazione sequestrati dagli investigatori sono ancora in corso di analisi.

    Le responsabilità devono naturalmente essere accertate. Ma gli elementi emersi dall’indagine bastano già a porre un problema che non riguarda soltanto il Belgio.

    Il caso BelGaN e il valore delle conoscenze

    Il dirigente lavorava in BelGaN, società specializzata nei semiconduttori al nitruro di gallio, fallita nel luglio del 2024. Secondo gli investigatori, mentre ricopriva un incarico di ricerca e responsabilità nell’azienda belga avrebbe contemporaneamente diretto una società cinese attiva nello stesso settore, costituita pochi mesi dopo il suo ingresso in BelGaN e finanziata da un fondo cinese.

    È su questo intreccio che si concentra l’inchiesta. Bisognerà capire quali informazioni siano state effettivamente trasferite, a chi siano arrivate e quale fosse il loro valore industriale.

    Il settore spiega perché la vicenda abbia assunto una dimensione che supera la normale tutela dei segreti aziendali. I semiconduttori al nitruro di gallio sono utilizzati nell’elettronica di potenza, nei veicoli elettrici e in altri comparti avanzati, con applicazioni che arrivano ai satelliti, ai radar e alla guerra elettronica.

    La competizione sui chip, del resto, non riguarda soltanto i processori più sofisticati utilizzati per l’intelligenza artificiale. Esistono tecnologie meno conosciute che hanno un peso decisivo nell’industria, nelle telecomunicazioni, nell’energia e nella difesa.

    E il loro valore non è contenuto soltanto nei brevetti.

    Una società che lavora per anni su un determinato processo produttivo accumula conoscenze che difficilmente possono essere ricostruite consultando la documentazione pubblica: procedure interne, risultati delle sperimentazioni, parametri di produzione, soluzioni adottate dopo errori e tentativi falliti, competenze delle persone che hanno lavorato direttamente alla tecnologia.

    È questo patrimonio a essere particolarmente difficile da proteggere.

    Il problema europeo non riguarda soltanto i grandi gruppi

    Quando l’Europa parla di autonomia tecnologica, l’attenzione finisce quasi inevitabilmente sui grandi investimenti. Nuovi stabilimenti, incentivi alla produzione, capacità di progettare semiconduttori avanzati, riduzione della dipendenza dall’Asia.

    Il caso belga suggerisce che manca almeno un pezzo del ragionamento.

    Una parte rilevante della capacità tecnologica europea si trova in imprese molto più piccole, negli spin-off universitari, nei laboratori e nei centri di ricerca. Possono essere realtà poco conosciute fuori dal proprio settore e contemporaneamente possedere tecnologie di grande interesse industriale o strategico.

    Il problema è che le strutture dedicate alla sicurezza non crescono necessariamente insieme al valore della tecnologia custodita.

    In queste realtà il rischio non arriva soltanto dall’esterno. Un attacco informatico può essere individuato e respinto. È più complesso controllare chi, per ragioni professionali, è già autorizzato ad accedere ai sistemi, conosce l’organizzazione dell’azienda e soprattutto sa distinguere un dato ordinario da un’informazione realmente decisiva.

    È un terreno sul quale cybersecurity, governance aziendale e sicurezza economica ormai si sovrappongono.

    L’Europa deve proteggere meglio ciò che già possiede

    Negli ultimi anni l’Unione europea ha investito molto sull’idea di sovranità tecnologica. La crisi delle catene di approvvigionamento, il confronto tra Stati Uniti e Cina e la crescita dell’intelligenza artificiale hanno reso evidente quanto possa essere pericoloso dipendere dall’estero per componenti essenziali.

    Aumentare la capacità produttiva europea rimane necessario. Ma non risolve da solo il problema.

    Se un’impresa possiede una tecnologia strategica, la protezione dovrebbe riguardare anche i conflitti d’interesse, gli incarichi contemporanei presso società concorrenti, gli accessi alle aree più sensibili dei sistemi aziendali e gli eventuali trasferimenti anomali di grandi quantità di dati.

    Per le tecnologie che possono avere applicazioni civili e militari, questa attenzione diventa ancora più importante. La distinzione tra tutela dell’impresa e tutela di un interesse strategico nazionale o europeo è sempre meno netta.

    Il caso BelGaN interessa quindi anche l’Italia. Il nostro sistema produttivo è composto in larga misura da piccole e medie imprese e il mondo universitario e della ricerca produce competenze che possono avere un valore molto superiore alle dimensioni economiche delle strutture che le custodiscono.

    La Cina non può però diventare una spiegazione automatica

    C’è un punto sul quale occorre mantenere prudenza. Il fatto che l’indagine riguardi il possibile trasferimento di informazioni verso una società cinese non dimostra che dietro l’operazione vi fosse il governo di Pechino.

    Bisognerà conoscere l’identità e il ruolo preciso degli indagati, ricostruire la struttura della società cinese coinvolta, stabilire quali informazioni siano state eventualmente trasferite e verificare chi ne abbia beneficiato. Solo allora sarà possibile comprendere se ci troviamo davanti a una vicenda di spionaggio industriale tra imprese o a qualcosa di diverso.

    La stessa cautela dovrebbe valere sul piano della sicurezza. La nazionalità di un ricercatore non può diventare un criterio di sospetto. Sarebbe discriminatorio e, dal punto di vista pratico, servirebbe a poco. Sono i comportamenti, i rapporti societari, i conflitti d’interesse e gli accessi alle informazioni a dover essere controllati.

    La sovranità tecnologica non si misura soltanto in miliardi

    È probabilmente questo l’aspetto più interessante del caso belga.

    L’Europa ha finalmente capito che non può affidare completamente ad altri la produzione delle tecnologie dalle quali dipendono la sua economia e, in alcuni casi, la sua sicurezza. Per questo mette sul tavolo investimenti pubblici, incentivi e programmi industriali.

    Ma diventare più autonomi significa anche conservare ciò che già esiste.

    Un impianto produttivo può essere finanziato e nuovi macchinari possono essere acquistati. Il patrimonio di esperienza sviluppato da un gruppo di ricercatori nel corso degli anni segue regole diverse. Quando quelle conoscenze vengono perdute o trasferite a un concorrente, recuperare il vantaggio può richiedere molto più tempo di quanto serva per costruire una nuova fabbrica.

    La partita europea sui semiconduttori passa anche da qui. E probabilmente è la parte della partita della quale, finora, abbiamo parlato meno.

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    Riccardo Tripepi

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