Che ruolo giocherà l’intelligenza artificiale nel futuro del lavoro? La domanda è sempre più urgente, e un recente studio del Massachusetts Institute of Technology (MIT) suggerisce una risposta inquietante. Secondo questa ricerca, le attuali tecnologie di AI sono già in grado di sostituire oltre venti milioni di lavoratori negli Stati Uniti, pari a circa l’11,7% della forza lavoro americana. È un dato che riaccende i timori di una nuova ondata di automazione di massa, potenzialmente più rapida e profonda di quanto stimato solo pochi anni fa. In termini economici, il volume di attività potenzialmente automatizzabili da algoritmi oggi esistenti è quantificato attorno a 1.200 miliardi di dollari. E ciò che sorprende maggiormente non è solo la portata del fenomeno, ma la velocità con cui potrebbe manifestarsi.
L’“Iceberg Index” e la parte sommersa dell’automazione
I ricercatori del MIT hanno introdotto un indicatore chiamato Iceberg Index per valutare la profondità dell’esposizione di ogni professione all’automazione basata sull’AI, Come un iceberg, spiegano, ciò che è visibile in termini di mansioni automatizzabili è solo la punta. La porzione sommersa – l’insieme di compiti indiretti o complementari che l’intelligenza artificiale può svolgere con minime integrazioni – rappresenta il vero cuore della sostituibilità. In pratica, molte professioni che oggi appaiono sicure potrebbero rivelare vulnerabilità inattese man mano che l’AI verrà integrata più estesamente nei processi aziendali. Questo significa che il pubblico tende a sottostimare il rischio: oltre alle attività palesemente ripetitive, anche funzioni collaterali e meno evidenti potrebbero essere presto automatizzate, aumentando l’esposizione complessiva di ogni ruolo.
Altri studi confermano la tendenza
L’allarme lanciato dal MIT trova eco in altre analisi recenti. Uno studio della Federal Reserve di St. Louis evidenzia che negli Stati Uniti le occupazioni più esposte all’AI hanno registrato incrementi di disoccupazione superiori alla media. In particolare, i lavori di natura cognitiva che richiedono creatività e pensiero critico sembrano – per ora – essere tra i primi colpiti dalla nuova automazione intelligente. Anche il mondo dell’informazione economica sottolinea questo trend: un’indagine di Bloomberg ha calcolato che l’AI può sostituire il 53% delle attività tipiche dell’analista di mercato e addirittura il 67% di quelle svolte da un rappresentante commerciale. Persino i ruoli manageriali sono potenzialmente a rischio, sebbene chi occupa posizioni di vertice che richiedono decisioni strategiche sembri, almeno per il momento, meno esposto all’automazione completa. Questi dati delineano uno scenario in cui non solo i lavori manuali o a bassa qualifica, ma anche molte professioni qualificate potrebbero essere in parte automatizzate nei loro compiti routinari.
Segnali concreti: licenziamenti e avvertimenti dagli esperti
Queste prospettive non rimangono confinate alle analisi teoriche, ma trovano riscontro in segnali concreti dal mercato del lavoro. Negli Stati Uniti, negli ultimi mesi, si è assistito a ondate di licenziamenti massicci legati anche alla ristrutturazione tecnologica. Il solo mese di ottobre ha visto 172 mila posti di lavoro tagliati, di cui ben 128 mila nel settore tech. In altre parole, circa tre licenziamenti su quattro hanno colpito aziende tecnologiche, a conferma che l’adozione dell’AI e di sistemi automatizzati sta già producendo effetti tangibili sull’occupazione. Secondo quanto riportato dal giornalista Massimo Gaggi, questa nuova fase di tagli potrebbe essere un primo assaggio di ciò che avverrà man mano che l’intelligenza artificiale diventerà ubiqua nei processi aziendali. Anche figure di spicco del settore tech lanciano moniti: Dario Amodei, co-fondatore di Anthropic e pioniere nello sviluppo di modelli avanzati di AI, avverte che l’intelligenza delle macchine potrà sostituire fino alla metà dei lavori professionali di livello intermedio. Parliamo di professioni come traduttori, programmatori, addetti negli uffici legali, contabili, tecnici della diagnostica medica, giornalisti e molti altri ruoli basati su competenze specialistiche. L’avvertimento di Amodei suona chiaro: nessun settore può sentirsi davvero al sicuro di fronte ai rapidi progressi dell’AI.
Il caso italiano: posti di lavoro a rischio anche nel nostro Paese
Viene spontaneo chiedersi: e in Italia? Il nostro Paese non è immune a queste dinamiche. Uno studio dell’Università di Trento del 2021 stimava che tra 4 e 7 milioni di lavoratori italiani fossero a rischio di “sostituzione tecnologica” nei prossimi anni. Le professioni con la più alta probabilità di automazione in Italia riguardano settori chiave come i trasporti e la logistica, il supporto d’ufficio e amministrativo, la produzione manifatturiera, i servizi e il commercio. Ciò significa che, proprio come negli Stati Uniti, anche nel mercato del lavoro italiano potrebbero scomparire molte mansioni tradizionali, rimpiazzate da algoritmi e sistemi automatizzati. Va detto che l’adozione dell’intelligenza artificiale in Italia è finora più lenta rispetto ad altre economie avanzate: secondo un rapporto di Confindustria pubblicato nel dicembre 2025, solo l’11,5% delle imprese italiane utilizza attivamente strumenti di AI. Questo divario tecnologico potrebbe offrire al sistema italiano un po’ più di tempo per adattarsi, ma rappresenta anche un campanello d’allarme. Se da un lato le grandi aziende stanno accelerando sull’automazione, molte PMI sono ancora indietro – un ritardo che rischia di trasformarsi in un gap competitivo e che rende urgente investire in formazione e riqualificazione del personale.
Velocità del cambiamento e necessità di riqualificazione
Il punto centrale, sottolineato sia dallo studio del MIT sia dagli esperti, non è tanto se l’intelligenza artificiale sostituirà o meno parte dei lavoratori, ma quanto velocemente ciò avverrà e come il sistema economico-sociale saprà assorbire il cambiamento. Riqualificarsi rapidamente non è un processo semplice, soprattutto se milioni di persone devono aggiornare le proprie competenze in tempi brevi. Se l’automazione corre più veloce della capacità dei lavoratori di riqualificarsi (o dei programmi di formazione messi in campo), il rischio di una crisi occupazionale diventa concreto. Di fronte a questa prospettiva, diventa fondamentale giocare d’anticipo: investire in formazione continua, incentivare politiche attive del lavoro e ripensare l’istruzione in chiave tecnologica. L’intelligenza artificiale può sicuramente aumentare la produttività e creare nuove opportunità, ma senza un adeguato adattamento della forza lavoro potrebbe lasciare sul terreno una scia di lavoratori tagliati fuori. In sintesi, la sfida dei prossimi anni sarà governare la rivoluzione dell’AI sul lavoro affinché questa “minaccia nascosta” si trasformi, invece, in un’opportunità da cogliere con lungimiranza.




