L’Europa verso la “semplificazione digitale” e un nuovo Gdpr. Crescono i timori per i diritti

Parlamento europeo

Con il nuovo Regolamento europeo di semplificazione, la Commissione UE ha avviato una delle più radicali operazioni di alleggerimento del quadro normativo mai sperimentate. L’obiettivo dichiarato è ambizioso: eliminare o accorpare centinaia di atti regolamentari, ridurre la burocrazia digitale e restituire efficienza al mercato unico.
Una revisione che, nelle intenzioni, dovrebbe portare “chiarezza e rapidità”, non solo nelle procedure amministrative ma anche nei rapporti tra cittadini, imprese e istituzioni.

Tra i simboli più evidenti di questa svolta spicca l’addio ai banner cookie. Dopo anni di schermate, caselle da spuntare e interfacce ingombranti, la raccolta del consenso per i tracciamenti sarà integrata direttamente nei browser, con impostazioni predefinite gestite dall’utente.
L’obiettivo è duplice: semplificare l’esperienza digitale e superare quella che molti giuristi considerano ormai una “burocrazia del consenso”, in cui l’utente firma senza capire, e l’impresa adempie senza davvero tutelare.

Ma dietro la promessa di semplificazione si nasconde una domanda di fondo: quanto spazio rimane per la protezione dei diritti fondamentali, se il principio di proporzionalità si traduce in riduzione dei controlli?
Non è un interrogativo retorico, perché l’Europa sta cercando di reinventare il proprio modello regolatorio dopo un decennio dominato da norme imponenti, dal GDPR al DSA, fino all’AI Act, che hanno imposto standard globali ma anche costi crescenti in termini di complessità e tempi di attuazione.

Privacy e consenso: il fronte più delicato

La semplificazione investe ora il cuore stesso del diritto digitale europeo: la privacy.
La Commissione ha presentato una proposta di revisione del Regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR), con l’obiettivo di “ridurre gli oneri amministrativi per le PMI” e adattare il testo alle nuove tecnologie.
Ma la bozza ha scatenato una vera e propria insurrezione delle ONG e delle associazioni per i diritti digitali, che parlano apertamente di una “fine dell’era del consenso”.

Secondo European Digital Rights (EDRi) e NOYB, la riforma introduce un cambio di paradigma pericoloso: in diversi casi, il consenso esplicito verrebbe sostituito dal legittimo interesse del titolare del trattamento, con la conseguenza di restringere la libertà dell’utente di scegliere.
Una logica che, pur motivata dalla volontà di “semplificare”, rischia di indebolire l’architettura di tutela costruita in questi anni intorno all’autodeterminazione informativa.

Le organizzazioni parlano di una “resa culturale” dell’Europa: un passaggio da un modello basato sul controllo del cittadino a uno centrato sulla responsabilità presunta delle imprese.
E denunciano il rischio che la tecnologia diventi il nuovo filtro regolatorio, delegando ai browser, ai sistemi operativi e alle piattaforme il compito di gestire le preferenze privacy degli utenti. Un approccio che potrebbe, paradossalmente, rafforzare il potere dei grandi intermediari anziché ridurlo.

Semplificare non significa deregolare

Il nodo politico e giuridico è tutto qui: semplificare senza deregolare.
Perché se da un lato è evidente che l’attuale impianto normativo europeo frammentato, sovrapposto, spesso autoreferenziale abbia bisogno di una manutenzione straordinaria, dall’altro il rischio è che l’urgenza di “snellire” si traduca in una perdita di sostanza.
La vera semplificazione non può limitarsi a cancellare norme o moduli, ma deve tradursi in chiarezza, proporzionalità e interoperabilità delle regole.

Il nuovo regolamento prova a muoversi in questa direzione, puntando su piattaforme di notifica unificate, obblighi documentali ridotti e un approccio “risk-based” più netto.
Resta però il problema del coordinamento con gli altri grandi atti europei. Un sistema normativo che, tra AI Act, Data Act, DSA e DMA, rischia di diventare un labirinto multilivello, difficile da governare anche per le autorità competenti.

La sfida culturale dell’Europa digitale

Sotto la superficie delle norme c’è una questione più profonda legata la cultura regolatoria europea. L’UE è nata come spazio di diritti e garanzie, ma oggi deve competere con modelli più agili e spregiudicati, come quelli statunitense e cinese, che sacrificano trasparenza e controllo in nome dell’innovazione. Il vero banco di prova sarà la capacità di costruire un nuovo equilibrio, in cui la fiducia non derivi dalla quantità delle regole, ma dalla qualità della loro applicazione.

La semplificazione, insomma, può essere una grande opportunità, a meno che non diventi un sinonimo elegante di disarmo giuridico. Perché il futuro digitale dell’Europa non si gioca solo sulla velocità delle procedure, ma sulla credibilità del suo modello di libertà e responsabilità.