Le multe miliardarie inflitte alle Big Tech dall’Unione europea potrebbero non finire più soltanto nel bilancio generale di Bruxelles. Al Parlamento europeo prende forma una proposta politica che punta a usare quelle risorse per finanziare cultura, media e informazione. Un’idea che intreccia regolazione digitale, democrazia e sostenibilità dell’ecosistema informativo europeo.
A rilanciarla è il gruppo dei Socialisti e Democratici, che ha presentato un emendamento alla relazione sul prossimo bilancio pluriennale dell’UE. L’obiettivo è destinare parte dei proventi delle sanzioni previste dalle nuove leggi sulle piattaforme digitali a un fondo dedicato alla cultura e ai media, denominato AgoraEU. La proposta è attualmente all’esame della commissione bilancio e confluirà nella posizione negoziale del Parlamento in vista dei triloghi con Commissione e Consiglio.
Perché l’UE guarda alle sanzioni digitali come risorsa politica
Secondo i promotori, le grandi piattaforme digitali non incidono solo sulla concorrenza, ma producono effetti strutturali sul pluralismo informativo e sulla qualità del dibattito pubblico. In questo quadro, usare le multe come semplice voce contabile non sarebbe più sufficiente.
L’idea è che le sanzioni inflitte nell’ambito del Digital Services Act, del Digital Markets Act e del regolamento sull’IA possano diventare uno strumento di riequilibrio: se il predominio dei mercati digitali ha indebolito media e cultura, una parte delle risorse generate dalle violazioni potrebbe contribuire a rafforzarli.
Cos’è AgoraEU e perché conta nel nuovo bilancio europeo
AgoraEU è il nuovo programma europeo pensato per sostenere cultura, media e valori democratici, accorpando e ampliando iniziative già esistenti come Creative Europe. La Commissione europea lo ha inserito tra i pilastri del prossimo quadro finanziario pluriennale, ma il livello effettivo delle risorse resta oggetto di negoziato.
La proposta dei Socialisti mira a rafforzare AgoraEU senza aumentare direttamente i contributi nazionali, utilizzando invece entrate già generate dalle sanzioni alle grandi piattaforme. Una soluzione che, almeno sul piano politico, cerca di legare causa ed effetto. In pratica chi contribuisce a trasformare il mercato dell’informazione finanzia anche il suo riequilibrio.
Il nodo giuridico: si possono “vincolare” le multe UE?
Dal punto di vista istituzionale, la questione è tutt’altro che semplice. Oggi le multe inflitte dalla Commissione europea confluiscono nel bilancio generale dell’Unione e servono a ridurre il contributo degli Stati membri. Vincolare una parte di queste risorse a uno specifico programma significherebbe cambiare l’impostazione tradizionale delle entrate UE.
Non è un terreno inesplorato, ma resta politicamente sensibile. Il Consiglio e i governi nazionali potrebbero opporsi a una riduzione della flessibilità di bilancio, soprattutto in una fase in cui le priorità europee spaziano dalla difesa alla transizione tecnologica.
Non solo Big Tech. La proposta di una tassa sul gioco online
Nel pacchetto di idee avanzate dai Socialisti rientra anche una possibile tassa europea sul gioco d’azzardo e sulle scommesse online. L’obiettivo sarebbe duplice: creare una nuova risorsa per il bilancio UE e armonizzare un settore oggi regolato in modo molto diverso tra gli Stati membri, contribuendo anche al contrasto del gioco illegale e del mercato nero.
Anche in questo caso si tratta di una proposta ancora preliminare, destinata a scontrarsi con i limiti delle competenze fiscali europee e con le resistenze nazionali.
Cosa può cambiare davvero nei prossimi mesi
Al di là dell’esito finale, la proposta segnala un cambio di approccio. Le grandi leggi digitali europee non vengono più viste solo come strumenti di compliance o concorrenza, ma come parti di una strategia più ampia che collega tecnologia, informazione e democrazia.
Resta da capire se questa visione riuscirà a imporsi nei negoziati sul bilancio. Ma la domanda politica è ormai sul tavolo. Se le piattaforme digitali hanno trasformato profondamente il mercato dell’informazione, ha senso che una parte delle sanzioni serva a sostenere chi produce contenuti, cultura e pluralismo in Europa?




