Quasi metà degli adolescenti chiede aiuto all’IA quando sta male. L’allarme Save the Children

Il nuovo Atlante dell’Infanzia pubblicato da Save the Children racconta un cambiamento culturale. Il 41,8% degli adolescenti italiani ha chiesto aiuto all’intelligenza artificiale nei momenti di tristezza, ansia o solitudine. Per molti ragazzi, la conversazione con un chatbot è un modo per cercare conforto.

Quasi la metà degli intervistati descrive l’IA come un interlocutore emotivo. Una presenza che risponde subito, sempre disponibile, mai giudicante. E questa disponibilità, per chi vive una fragilità, diventa una sorta di spazio sicuro. Una camera privata, digitale, nella quale essere vulnerabili sembra più semplice che farlo con una persona in carne e ossa.

A colpire è anche la quotidianità del fenomeno: il 92,5% degli adolescenti usa l’IA, contro meno della metà degli adulti. Un divario generazionale che segnala come i più giovani vivano già in una dimensione “onlife”, in cui confini tra online e offline non hanno più senso.

Fragilità emotiva e nuove solitudini

Save the Children descrive una generazione che si muove dentro una condizione emotiva complessa. Meno della metà dei ragazzi mostra un buon livello di benessere psicologico e il divario tra maschi e femmine è impressionante: solo una minoranza delle ragazze dice di stare davvero bene.

È dentro questa fragilità che l’intelligenza artificiale trova spazio. Non perché sia affidabile, ma perché è disponibile. Non perché sia empatica, ma perché restituisce qualcosa che somiglia all’ascolto. In un momento storico in cui tanti adolescenti fanno fatica a parlare con adulti e pari, l’IA diventa uno strumento immediato, familiare, quasi naturale.

Il rischio non è legato alla tecnologia in sé, ma al fatto che questa relazione avvenga senza mediazione, senza strumenti critici, senza limiti chiari. Un adolescente che cerca consigli esistenziali da un chatbot si affida a un sistema che non comprende davvero emozioni, non riconosce sofferenza, non distingue tra un disagio temporaneo e un rischio grave.

Il richiamo di Benifei e la testimonianza che scuote l’Europa

Il tema non è rimasto confinato ai rapporti delle organizzazioni. Brando Benifei, relatore dell’AI Act europeo, dopo un incontro privato con Papa Leone XIV, ha richiamato l’attenzione sull’importanza di non indebolire le tutele previste dall’Unione.

Durante quell’incontro è stata ascoltata la testimonianza della madre di un ragazzo morto suicida dopo un’interazione destabilizzante con un sistema di IA. Una storia che ha scosso profondamente la conferenza e che dà un volto umano a ciò che i numeri mostrano: l’IA, nelle vite dei ragazzi, non è più soltanto una tecnologia, ma un interlocutore vero e proprio.

Benifei ha ricordato che l’AI Act prevede misure contro abusi, deepfake, cyberbullismo e contenuti dannosi generati artificialmente. Ma ha anche avvertito che, mentre il regolamento entra nella fase cruciale della sua applicazione, cresce la pressione per alleggerirlo. È un segnale in controtendenza rispetto alla realtà sociale che i dati di Save the Children mettono in evidenza.

Crescono le regole, ma resta un vuoto culturale

In Italia qualcosa si muove: l’obbligo di verifica dell’età per l’accesso ai siti pornografici è entrato in vigore da pochi giorni e altre misure riguarderanno presto i minori online. Ma il nodo centrale rimane scoperto. Non esiste una riflessione pubblica su come gli adolescenti vivono la loro intimità emotiva con l’IA. Non esistono strumenti educativi capaci di spiegare che un chatbot non può sostituire un dialogo umano. E soprattutto non esiste una strategia culturale che aiuti le famiglie a capire cosa fanno i figli quando “parlano con la macchina”.

Le domande aperte sono molte: cosa significa sicurezza quando un ragazzo confida la propria ansia a un sistema generativo? Come dovrebbe rispondere un’IA a chi manifesta sofferenza? Quali limiti dovrebbe avere la conversazione? E chi decide questi limiti?

Una nuova intimità digitale che non possiamo ignorare

L’IA è ormai una presenza stabile nelle vite dei minori. Non è più un esperimento né un’anticipazione del futuro. È un compagno di viaggio quotidiano. Per molti ragazzi è il primo posto in cui cercano risposte, conforto, orientamento. È una relazione che cresce fuori dai radar degli adulti, ed è proprio qui che si apre la sfida più grande.

La tecnologia non è un nemico. Ma affida a noi – genitori, insegnanti, società, media – il compito di costruire consapevolezza. Capire cosa significa parlare con l’IA, cosa significa affidarle emozioni, cosa significa cercare un ascolto da qualcosa che ascolto non è.

I numeri di Save the Children ci ricordano una verità semplice: i ragazzi sono già altrove. Sta a noi raggiungerli.