L’intelligenza artificiale generativa sta creando un nuovo problema inatteso per le autorità europee che si occupano di protezione dei dati personali. Questa volta non abbiamo a che fare con deepfake, riconoscimento facciale o sorveglianza algoritmica, ma di qualcosa di molto più sottile. Le Autorità sono state travolte da una valanga di reclami automatici, generati con l’AI, spesso privi di reale fondamento giuridico.
A lanciare l’allarme è stato il Garante europeo della protezione dei dati, l’EDPS, che ha denunciato un aumento di segnalazioni inutili o completamente standardizzate prodotte attraverso chatbot e strumenti di generazione automatica del testo.
In pratica, sempre più utenti stanno utilizzando sistemi di intelligenza artificiale per scrivere reclami contro aziende, piattaforme o enti pubblici, senza però verificare se esistano davvero violazioni concrete del GDPR o della normativa europea sulla privacy.
Il rischio è quello di bloccare il lavoro delle autorità
Secondo l’autorità europea, molti di questi reclami sembrano costruiti automaticamente replicando modelli standard, formule giuridiche generiche o accuse poco precise. Questo produce un effetto molto concreto. In buona sostanza, gli uffici delle autorità privacy rischiano di essere sommersi da documenti inutili, rallentando le istruttorie davvero importanti.
In altre parole, l’intelligenza artificiale potrebbe trasformarsi in uno strumento di spam giuridico.
Il paradosso è evidente. Ci troviamo davanti a tecnologie nate per semplificare l’accesso ai diritti rischiano ora di complicare il funzionamento degli stessi organismi che dovrebbero tutelarli.
Un nuovo fenomeno nel diritto digitale europeo
La questione apre uno scenario molto delicato anche dal punto di vista normativo. Finora il dibattito europeo sull’AI si è concentrato soprattutto sui rischi legati ai contenuti falsi, alla manipolazione delle informazioni, ai bias algoritmici e all’utilizzo dei dati personali per addestrare i modelli. Adesso emerge invece un’altra dimensione legata all’automazione del contenzioso digitale.
Con pochi prompt è possibile generare PEC, reclami, diffide e richieste formali apparentemente credibili. Questo potrebbe incentivare un utilizzo massivo e superficiale degli strumenti di tutela previsti dal GDPR.
Il rischio concreto è che il sistema venga intasato da contestazioni costruite artificialmente, rendendo più difficile individuare i casi realmente gravi.
Non tutti i reclami generati con l’AI sono inutili
Questo però non significa che l’uso dell’intelligenza artificiale per esercitare i propri diritti sia necessariamente negativo. Anzi, strumenti AI ben utilizzati possono aiutare cittadini e piccole imprese a comprendere meglio normative complesse come il GDPR, a scrivere richieste di accesso ai dati o a individuare possibili violazioni. E’ chiaro, però, che l’AI non può sostituire la valutazione critica umana. Un reclamo scritto automaticamente senza verifica dei fatti rischia di diventare solo rumore digitale.
Ed è proprio questo il nodo che oggi preoccupa le istituzioni europee. L’idea che l’automazione possa moltiplicare procedure e contestazioni prive di reale sostanza, con costi enormi per l’intero ecosistema della regolazione digitale.
L’Europa prepara una nuova fase di controllo sull’AI
La vicenda arriva in un momento molto delicato per l’Europa. L’AI Act sta entrando gradualmente nella fase operativa e le autorità europee stanno cercando di capire come gestire gli effetti concreti dell’intelligenza artificiale nella vita quotidiana.
Non più soltanto teoria o principi etici, ma problemi pratici: contenuti generati automaticamente, responsabilità dei modelli, verifiche sull’identità, spam normativo e ora anche reclami automatizzati. È assi probabile, dunque, che nei prossimi mesi il tema finisca al centro del dibattito tra garanti privacy, Commissione europea e operatori tecnologici.




