L’intelligenza artificiale può davvero sostituire un lavoratore senza conseguenze giuridiche? È una domanda che fino a pochi mesi fa apparteneva quasi esclusivamente ai dibattiti accademici o alle previsioni sul futuro del lavoro. Oggi invece sta entrando nelle aule dei tribunali.
La decisione del Tribunale intermedio del popolo di Hangzhou, in Cina, rappresenta uno dei primi casi internazionali in cui un giudice affronta direttamente il tema del rapporto tra automazione e licenziamenti. E il messaggio che emerge è molto chiaro: introdurre sistemi di intelligenza artificiale in azienda non basta, da solo, a giustificare la perdita del posto di lavoro di un dipendente.
Non si tratta di una sentenza “anti AI”. Né di un divieto alle aziende di automatizzare processi e funzioni. Ma è probabilmente uno dei primi segnali concreti di come il diritto stia tentando di mettere dei limiti alla trasformazione tecnologica quando questa incide direttamente sulla dignità e sulla tutela del lavoro umano.
Il caso di Zhou e la decisione del tribunale di Hangzhou
La vicenda riguarda Zhou, supervisore del controllo qualità in una società tecnologica dello Zhejiang. Il suo lavoro consisteva nel verificare gli output prodotti dai modelli linguistici e filtrare contenuti considerati problematici o inappropriati.
Nel 2024 l’azienda decide però di affidare gran parte di queste attività a un sistema automatizzato basato sull’intelligenza artificiale. A Zhou viene proposta una mansione inferiore con una riduzione salariale molto pesante: da 25.000 yuan mensili a 15.000, circa il quaranta per cento in meno.
Il lavoratore rifiuta il demansionamento e viene licenziato con la motivazione di una “ristrutturazione organizzativa” collegata agli aggiornamenti tecnologici introdotti dall’impresa.
Da quel momento inizia un lungo percorso giudiziario che attraversa arbitrato, tribunale distrettuale e Corte intermedia di Hangzhou. Tutti e tre i livelli danno torto all’azienda.
Secondo i giudici, l’introduzione dell’intelligenza artificiale non rappresenta una “circostanza oggettiva imprevedibile” tale da rendere impossibile la prosecuzione del rapporto di lavoro. È invece una scelta strategica e volontaria del management, che quindi non può automaticamente scaricare sui lavoratori il costo della trasformazione tecnologica.
La società è stata condannata a versare oltre 260.000 yuan di risarcimento.
Non è un divieto all’automazione, ma cambia il modo di guardare all’AI
La decisione cinese è interessante soprattutto perché sposta il punto di vista.
Per anni il dibattito pubblico sull’intelligenza artificiale si è concentrato quasi esclusivamente sull’efficienza: ridurre costi, velocizzare processi, sostituire attività ripetitive, aumentare la produttività.
I tribunali iniziano invece a introdurre un altro elemento: la responsabilità sociale e giuridica delle scelte tecnologiche.
Il ragionamento della Corte di Hangzhou, infatti, non dice che l’azienda non possa usare l’AI. Dice però che la decisione di automatizzare è una scelta imprenditoriale e, come tale, non può automaticamente trasformarsi in una causa legittima di licenziamento senza verificare alternative concrete, ricollocazioni e corrette condizioni per il lavoratore.
Un passaggio molto importante riguarda proprio il cosiddetto obbligo di repêchage, cioè il dovere di cercare una soluzione alternativa prima di interrompere il rapporto di lavoro. Per i giudici, proporre un ruolo con uno stipendio drasticamente ridotto non soddisfa il principio di buona fede.
Anche in Italia emergono i primi casi
La vicenda cinese non è isolata. E, in modo forse sorprendente, uno dei casi più interessanti in Europa arriva proprio dall’Italia.
Il Tribunale del lavoro di Genova ha recentemente condannato la multinazionale Maersk per il licenziamento illegittimo di una dipendente del customer service. L’azienda aveva trasferito alcune attività operative in India, mentre sui social alcuni dirigenti celebravano apertamente l’introduzione dell’intelligenza artificiale nei processi di assistenza clienti.
Anche in questo caso il punto centrale non è stato il divieto di usare AI, ma il mancato tentativo di ricollocare adeguatamente la lavoratrice all’interno dell’organizzazione aziendale.
È un dettaglio importante, perché mostra come il diritto del lavoro europeo stia iniziando a osservare con crescente attenzione il legame tra automazione, algoritmi e gestione del personale.
L’Italia prova a costruire una cornice normativa
Su questo tema l’Italia si sta muovendo prima di molti altri Paesi europei.
Con la legge 132 del 23 settembre 2025, il legislatore italiano ha introdotto una disciplina nazionale collegata all’AI Act europeo, affrontando anche il tema dell’impatto occupazionale dell’intelligenza artificiale.
La norma prevede che i lavoratori vengano informati quando sistemi di AI incidono sull’organizzazione del rapporto di lavoro e istituisce un Osservatorio nazionale dedicato al monitoraggio degli effetti dell’automazione sui diversi settori produttivi.
Il principio politico e giuridico alla base della legge è molto chiaro: l’intelligenza artificiale dovrebbe migliorare le condizioni di lavoro e non comprimere la dignità della persona.
È un approccio che, almeno per ora, manca ancora a livello europeo in maniera organica. Bruxelles ha costruito un impianto molto forte sulla sicurezza, la trasparenza e i rischi dei sistemi AI, ma il tema dell’occupazione resta ancora frammentato.
Il paradosso delle aziende che tornano indietro
Nel frattempo il mercato continua a muoversi velocemente. E non sempre nella direzione prevista.
Negli Stati Uniti migliaia di licenziamenti sono già stati motivati con l’introduzione dell’intelligenza artificiale. Big tech e grandi multinazionali parlano apertamente di efficienza, riduzione dei costi e ristrutturazioni guidate dall’automazione.
Eppure stanno emergendo anche segnali opposti.
Uno dei casi più emblematici è quello di Klarna. La fintech svedese aveva annunciato con entusiasmo che il proprio assistente AI sviluppato con OpenAI svolgeva il lavoro equivalente di centinaia di operatori del customer service. Poco tempo dopo, però, la stessa azienda ha ammesso pubblicamente di aver probabilmente spinto troppo sull’automazione, tornando ad assumere personale umano per recuperare qualità e rapporto con i clienti.
È un elemento che molte imprese stanno iniziando a scoprire concretamente: l’intelligenza artificiale può sostituire alcune funzioni, ma non sempre riesce a sostituire davvero il valore relazionale, decisionale e contestuale delle persone.
La vera partita si giocherà nei prossimi anni
Le sentenze di Hangzhou e Genova non cambiano da sole il mercato del lavoro globale. Ma sono probabilmente i primi segnali di una nuova fase. La vera domanda non sarà più soltanto “quanti lavori può sostituire l’AI”, ma anche “quali limiti giuridici e sociali devono accompagnare questa trasformazione”. Perché la tecnologia corre velocemente. Ma il diritto, quando inizia a intervenire, spesso finisce per ridisegnare gli equilibri più profondi della società digitale.



