Tutti scontenti del registro AGCOM per influencer. Nuova rivoluzione per la credibilità online

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Con la delibera n. 197/25/CONS, l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni ha istituito il primo Elenco nazionale degli influencer rilevanti. Un registro che, nelle intenzioni, dovrebbe portare trasparenza in un ecosistema dove informazione e pubblicità convivono senza confini netti, e dove la fiducia del pubblico si misura in visualizzazioni più che in verifiche.
L’obbligo scatterà per chi supera 500 mila follower o una media di 1 milione di visualizzazioni mensili su una piattaforma, con sanzioni fino a 250 mila euro per chi omette l’iscrizione.

Ma la notizia vera non è il modulo online: è la reazione. Gli influencer parlano di censura, i giornalisti di misura tardiva, i comunicatori di occasione mancata. Tutti scontenti, per motivi diversi. Eppure, forse, è proprio questo il segno che qualcosa si muove davvero: che la comunicazione sta attraversando la sua rivoluzione più profonda, e che la domanda non è più chi parla, ma con quale responsabilità.

Il segnale di una nuova fase

Per la prima volta, un’Autorità indipendente riconosce che l’influenza è un potere mediatico e che chi la esercita deve assumersi un minimo di responsabilità editoriale. Non si tratta solo di un adempimento burocratico, ma di una presa d’atto. Ad oggi, milioni di persone si informano più da un creator che da un giornale, più da un post su TikTok che da un telegiornale. AGCOM prova a tradurre questa realtà in regole, ma regolare un linguaggio in continua mutazione è come tentare di fotografare il vento.

La difficoltà è tutta lì: la comunicazione digitale sfugge alle categorie tradizionali. Non è giornalismo, ma produce informazione; non è pubblicità, ma condiziona i consumi; non è intrattenimento, ma modella opinioni e valori. In questo territorio ibrido, le regole sembrano sempre o troppo o troppo poco.

Il potere della visibilità

La soglia dei 500 mila follower serve a delimitare la categoria dei grandi player digitali, ma non basta a raccontare il fenomeno. Il vero discrimine non è numerico: è nel modo in cui la visibilità diventa potere. Oggi la fiducia si costruisce attraverso la prossimità emotiva, non più attraverso l’autorevolezza. Chi racconta la propria vita ogni giorno conquista una relazione diretta con il pubblico, un legame di familiarità che nessuna testata può ricreare.

Ma quella stessa vicinanza, che genera empatia, può trasformarsi in manipolazione. Nel mondo della comunicazione continua, ogni parola può spostare un mercato, una reputazione o una percezione collettiva. La regolazione, allora, non serve a limitare la libertà di espressione, ma a riconoscere che la libertà di chi parla non può ignorare la fiducia di chi ascolta.

Il giornalismo di fronte allo specchio

Paradossalmente, mentre gli influencer vengono richiamati alla trasparenza, il giornalismo deve interrogarsi sulla propria perdita di ruolo. Le redazioni si riducono, i budget si assottigliano e la velocità diventa una trappola. Molti media inseguono gli stessi codici dei social, trending topic, engagement, titoli emotivi, fino a confondere il mestiere di informare con quello di intrattenere.

Eppure, proprio adesso, la funzione del giornalismo è più necessaria che mai.
In un mondo in cui tutti parlano, qualcuno deve ancora verificare, contestualizzare, saper dire “non lo so”. Il futuro dell’informazione non sarà nella quantità, ma nella qualità dell’ascolto.
Se gli influencer dominano il tempo dell’attenzione, i giornalisti possono ancora difendere quello della riflessione.

L’algoritmo come direttore

Sullo sfondo, c’è un protagonista che nessun registro potrà mai elencare: l’algoritmo.
Decide cosa vediamo, in quale ordine e per quanto tempo.
Nella pratica, è lui il vero direttore di testata del XXI secolo: invisibile, impersonale, mosso da logiche economiche più che editoriali.
Premia ciò che emoziona, non ciò che spiega; amplifica l’indignazione più della competenza.

L’AI generativa spinge questa dinamica ancora oltre. Testi, immagini, voci sintetiche moltiplicano i contenuti a ritmo industriale, creando un rumore di fondo in cui la verità si confonde con la verosimiglianza. Nessuna autorità potrà mai vigilare da sola su un flusso così sterminato: serve una nuova alfabetizzazione culturale, la capacità di riconoscere la manipolazione anche quando è elegante, seducente, o addirittura “credibile”.

La trasparenza come libertà

Il registro AGCOM non risolve tutto, e probabilmente scontenterà ancora a lungo, ma introduce un principio importante. Chi comunica professionalmente esercita un potere pubblico, e ogni potere richiede trasparenza. Non è una punizione, ma un atto di maturità del sistema. Gli influencer devono accettare che la visibilità comporta responsabilità; i giornalisti devono riconoscere che la credibilità non è più un diritto acquisito; le istituzioni devono capire che regolare non significa censurare, ma dare regole del gioco chiare a tutti. Se davvero l’obiettivo di fondo è quello di tutelare la verità da un lato e la professionalità dall’altro. In modo tale da restituire al “mestieraccio” la sua funzione originaria.