Sono bastate poche ore perché l’ennesimo episodio di violenza digitale facesse il giro del Paese. Immagini di parlamentari, incluso il presidente del Consiglio, manipolate e diffuse su siti e gruppi social come “Phica.eu” o “Mia moglie”, accompagnate da commenti volgari e sessisti. Non si tratta più solo di odio in rete, ma di una vera e propria offensiva alla dignità delle donne, alla libertà personale, alla sicurezza online.
E mentre il web si trasforma sempre più in una zona grigia dove è facile nascondersi dietro un nickname, il Parlamento si prepara finalmente a cambiare le regole del gioco. Con un obiettivo chiaro: fermare la violenza online prima che diventi irreversibile.
L’identità digitale al centro della svolta
Tutto ruota attorno a una parola chiave: identità. Digitale, ma non solo. L’identità come volto, voce, immagine, dignità. La politica, sotto la pressione dell’emergenza, si muove su più fronti.
Il senatore del PD Dario Parrini propone di rendere obbligatoria per i gestori dei siti web la verifica dell’identità digitale degli utenti. Un modo per tracciare chi pubblica contenuti, ma anche per scoraggiare chi pensa di poter agire nell’anonimato.
Nella stessa direzione va la proposta del deputato Piero De Luca, che punta alla rimozione tempestiva dei contenuti illeciti e alla prevenzione attraverso l’identificazione degli utenti. E ancora più radicale la proposta del leghista Andrea Dara: inserire la tutela dell’identità digitale direttamente nella Costituzione.
Mara Carfagna, segretaria di Noi Moderati, rilancia con un altro tema cruciale: il diritto esclusivo sulla propria immagine, voce e fisionomia. In altre parole, se qualcuno utilizza o modifica la tua immagine con l’AI senza il tuo consenso, può essere perseguito penalmente, sanzionato e obbligato a risarcire.
Una risposta anche educativa
Ma non basta colpire chi sbaglia. Serve anche prevenire, educare, costruire una nuova cultura digitale. Lo sanno bene le forze politiche che propongono di introdurre programmi di educazione civica digitale nelle scuole. Dal Movimento 5 Stelle ad Alleanza Verdi e Sinistra, l’idea è chiara: serve spiegare ai ragazzi che la rete non è un videogioco, e che dietro ogni profilo c’è una persona vera.
Per questo si parla anche di vietare l’accesso ai social agli under 16, o di creare un Osservatorio nazionale sull’etica digitale. Strumenti per governare un fenomeno complesso, che attraversa tecnologia, cultura e giustizia.
Una legge che mancava
In Italia la legge sul revenge porn (Codice Rosso) esiste, ma non basta. I deepfake pornografici, le immagini modificate con AI, le chat private che diventano pubbliche… sono tutte zone grigie dove le vittime restano troppo spesso senza strumenti.
La novità, oggi, è che la politica sembra finalmente intenzionata ad agire. A dare regole chiare. A dire che no, non è accettabile che la tua immagine venga usata contro di te. Che la rete non è uno spazio senza legge.
Non solo donne, ma soprattutto donne
Questa ondata di proposte nasce da un attacco diretto alle donne, è vero. Ma riguarda tutti. Perché il principio in gioco è più ampio: possiamo ancora considerare l’identità digitale come qualcosa di secondario? O è arrivato il momento di riconoscerla come parte integrante dei nostri diritti fondamentali?
Il Parlamento, per una volta, sembra pronto a rispondere con i fatti. E non c’è tempo da perdere.




