Quando un’immagine falsa generata con l’intelligenza artificiale ritrae la presidente del Consiglio in lingerie e inizia a circolare rapidamente sui social network, il problema dei deepfake smette di apparire come una questione futuristica o confinata al mondo delle celebrità. Diventa invece il simbolo di un fenomeno che sta assumendo dimensioni sempre più difficili da controllare, soprattutto perché la velocità di diffusione online supera spesso quella delle tutele giuridiche e delle procedure di rimozione.
A riportare il tema al centro del dibattito pubblico è stata la stessa Giorgia Meloni, che ha scelto di pubblicare il contenuto manipolato sui propri canali social accompagnandolo da un messaggio molto netto: chi ricopre ruoli pubblici dispone almeno di strumenti mediatici e istituzionali per reagire, ma milioni di persone comuni rischiano di trovarsi esposte senza alcuna reale capacità di difesa.
Il caso ha avuto un impatto immediato anche sul piano istituzionale. Il Garante per la protezione dei dati personali è tornato infatti a chiedere al legislatore poteri più incisivi per contrastare la diffusione di piattaforme e servizi basati sull’intelligenza artificiale generativa utilizzati per produrre deepfake e contenuti sessualmente espliciti non consensuali.
Il Garante privacy vuole il potere di oscurare le piattaforme
Nel comunicato diffuso il 6 maggio 2026, l’Autorità ha rilanciato la richiesta di poter intervenire direttamente per bloccare dall’Italia l’accesso ai servizi che consentono la creazione e la diffusione di immagini o video manipolati a partire da fotografie e dati reali.
Secondo il Garante, quando vengono compromessi diritti fondamentali come identità personale, reputazione e protezione dei dati, il fattore decisivo è il tempo. Un contenuto rimosso dopo giorni o settimane può aver già prodotto danni irreversibili, soprattutto in un ecosistema dominato da condivisioni virali, repost automatici e piattaforme decentralizzate.
Nel comunicato vengono citati esplicitamente servizi come ChatGPT, Grok e Clothoff, quest’ultima già destinataria di un provvedimento di blocco da parte dell’Autorità italiana nell’ottobre 2025 per via delle funzionalità utilizzate per generare falsi nudi senza consenso.
Già nei primi mesi del 2026 il Garante aveva inoltre diffuso un provvedimento di avvertimento rivolto agli utilizzatori di strumenti AI generativi, evidenziando i rischi connessi al trattamento illecito di immagini, dati biometrici e contenuti personali caricati sulle piattaforme.
Il vuoto tra reato e tutela concreta
Il problema, tuttavia, non riguarda soltanto la presenza di nuove norme penali. Negli ultimi mesi il legislatore italiano ha iniziato a muoversi introducendo il reato di diffusione illecita di contenuti manipolati tramite intelligenza artificiale all’interno della Legge 132/2025. Parallelamente il Disegno di legge 644 punta a rafforzare la tutela dell’identità personale anche nei casi in cui l’immagine venga alterata solo parzialmente attraverso sistemi AI.
Ma il nodo centrale resta operativo. Molti osservatori sottolineano infatti che perseguire penalmente gli autori dei contenuti non basta se non esistono strumenti immediati di rimozione e blocco della circolazione.
È su questo punto che si concentra anche la critica politica emersa nelle ultime ore. La vicepresidente della Camera Anna Ascani ha ricordato che proposte normative finalizzate a introdurre procedure rapide di rimozione dei contenuti erano state osteggiate nei mesi precedenti. Secondo Ascani, limitarsi a introdurre nuovi reati senza costruire meccanismi tempestivi di intervento significa arrivare quasi sempre quando il danno reputazionale è già avvenuto.
L’Europa accelera contro le app di nudificazione AI
Nel frattempo anche l’Unione Europea sta cercando di intervenire su un fenomeno che sta assumendo proporzioni globali. Parlamento e Consiglio europeo hanno raggiunto un accordo per vietare le applicazioni basate sull’intelligenza artificiale progettate per “nudificare” immagini reali di persone senza consenso.
Si tratta di un passaggio importante perché molte delle piattaforme finite sotto osservazione sfruttano un vuoto normativo: non producono materiale reale ma contenuti sintetici generati algoritmicamente a partire da fotografie autentiche.
Il problema non riguarda soltanto figure politiche o personaggi famosi. Negli ultimi due anni casi analoghi hanno coinvolto studenti, minorenni, professionisti e cittadini comuni, spesso vittime di campagne di revenge porn o molestie digitali costruite attraverso strumenti AI accessibili gratuitamente online.
La crescita di questi sistemi pone anche un problema tecnologico più ampio. I meccanismi di moderazione delle piattaforme social, basati prevalentemente su segnalazioni successive alla pubblicazione, faticano infatti a contenere contenuti che riescono a diffondersi in poche ore attraverso gruppi chiusi, canali paralleli e piattaforme straniere.
Il rischio di una nuova emergenza digitale
Il caso Meloni dimostra soprattutto una cosa: la democratizzazione dell’intelligenza artificiale generativa sta abbassando drasticamente la soglia tecnica necessaria per creare contenuti falsi altamente realistici.
Fino a pochi anni fa servivano competenze avanzate di editing video e grafica digitale. Oggi bastano pochi clic, una fotografia reperita online e servizi accessibili da smartphone per produrre immagini convincenti e potenzialmente devastanti sul piano personale e reputazionale.
Per questo il dibattito si sta spostando rapidamente dalla sola responsabilità individuale degli autori alla responsabilità delle piattaforme, degli sviluppatori e degli intermediari tecnologici.
Il punto che emerge dal confronto italiano ed europeo è ormai chiaro: senza strumenti rapidi di blocco, identificazione e rimozione, il diritto rischia di rincorrere fenomeni tecnologici che viaggiano molto più velocemente delle procedure tradizionali.




