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    Home » Quantum computing: la rivoluzione che può cambiare tutto, anche la nostra sicurezza
    Novità hi-tech

    Quantum computing: la rivoluzione che può cambiare tutto, anche la nostra sicurezza

    Alessandro GattoBy Alessandro GattoOttobre 9, 2026Updated:Ottobre 9, 2026Nessun commento
    Quantum computing sicurezza
    Quantum computing sicurezza
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    Dalla possibile vulnerabilità dei dati personali alla ricerca di nuovi farmaci, passando per intelligenza artificiale, investimenti e cybersicurezza. Il computer quantistico promette di cambiare il mondo, ma potrebbe anche mettere in discussione le fondamenta della nostra società digitale. E il tempo per prepararci è già iniziato.

    La prossima rivoluzione tecnologica potrebbe rendere vulnerabile il nostro passato

    Immaginiamo di scoprire che tutte le porte blindate installate negli ultimi vent’anni potrebbero essere aperte, in futuro, con una nuova chiave universale. E che qualcuno, nel frattempo, abbia già cominciato a raccogliere copie delle nostre serrature, aspettando soltanto il momento giusto.

    È una metafora imperfetta, ma efficace per comprendere una delle sfide più delicate della rivoluzione quantistica.

    Per decenni abbiamo affidato la nostra vita digitale a sistemi di crittografia considerati sufficientemente sicuri: transazioni bancarie, comunicazioni riservate, documenti sanitari, archivi aziendali, identità digitali e infrastrutture pubbliche.

    Ora una tecnologia ancora in fase di sviluppo promette di mettere in discussione alcuni dei meccanismi matematici su cui poggia questa protezione.

    Si chiama quantum computing, o calcolo quantistico, ed è probabilmente una delle trasformazioni tecnologiche più importanti e meno comprese del nostro tempo.

    Il paradosso è evidente: la stessa tecnologia che potrebbe accelerare la scoperta di farmaci, contribuire allo sviluppo di nuovi materiali e ampliare le possibilità dell’intelligenza artificiale rischia anche di rendere vulnerabili informazioni che oggi riteniamo protette.

    La questione non è soltanto quando arriveranno computer quantistici sufficientemente potenti. È se la nostra società sarà pronta quando arriveranno.

    Perché, a differenza di altre rivoluzioni tecnologiche, questa potrebbe colpire anche informazioni trasmesse molti anni prima.

    Il computer quantistico non è semplicemente un computer più veloce

    Quando si parla di computer quantistici, l’immaginario collettivo corre immediatamente a macchine straordinariamente potenti, capaci di effettuare in pochi secondi calcoli che richiederebbero anni ai supercomputer tradizionali.

    La realtà è più complessa e, per certi versi, ancora più interessante.

    I computer che utilizziamo quotidianamente elaborano informazioni attraverso i bit, unità che possono assumere due valori: zero oppure uno.

    I computer quantistici sfruttano invece i qubit, sistemi fisici governati dalle leggi della meccanica quantistica, capaci di utilizzare fenomeni come la sovrapposizione e l’entanglement.

    Questo non significa che un computer quantistico sia automaticamente superiore a uno tradizionale in qualunque attività. Navigare su Internet, scrivere un documento o guardare un video non diventerebbe necessariamente più efficiente.

    Il vero vantaggio riguarda particolari categorie di problemi matematici e scientifici per i quali esistono algoritmi quantistici in grado, almeno teoricamente, di ottenere accelerazioni straordinarie.

    Pensiamo alla simulazione del comportamento delle molecole, alla ricerca di nuovi materiali o a specifici problemi di ottimizzazione.

    Il limite attuale è rappresentato soprattutto dalla fragilità dei qubit. Gli errori, le interferenze e la difficoltà di mantenere stabili gli stati quantistici rendono estremamente complesso costruire macchine affidabili su larga scala.

    Per questo il settore sta sperimentando diverse architetture, compresa la possibilità di collegare più processori quantistici attraverso reti dedicate.

    Ma attenzione: collegare molti processori quantistici non equivale automaticamente a ottenere un’unica macchina capace di violare gli attuali sistemi crittografici. Servono correzione degli errori, comunicazioni quantistiche affidabili e capacità di eseguire algoritmi complessi per tempi sufficientemente lunghi.

    Sono problemi ancora aperti, e trasformare le previsioni industriali in certezze sarebbe un errore.

    Il pericolo invisibile: i dati rubati oggi potrebbero essere letti domani

    È qui che il quantum computing smette di essere soltanto una questione scientifica e diventa un problema di sicurezza nazionale, tutela della privacy e diritti fondamentali.

    Esiste una strategia conosciuta dagli esperti di cybersecurity come Harvest now, decrypt later: raccogliere oggi informazioni cifrate per tentare di decifrarle in futuro.

    Il meccanismo è particolarmente insidioso.

    Un soggetto ostile potrebbe intercettare e conservare comunicazioni protette da determinati sistemi crittografici senza essere attualmente in grado di comprenderne il contenuto.

    Quei dati potrebbero restare inutilizzabili per anni, fino alla disponibilità di un computer quantistico sufficientemente avanzato.

    A quel punto, alcune informazioni considerate riservate potrebbero diventare leggibili.

    Non si tratta di affermare che tutte le comunicazioni digitali attuali saranno inevitabilmente decifrate. Il rischio dipende dagli algoritmi utilizzati, dalle modalità con cui vengono scambiate le chiavi, dalla possibilità di intercettare il traffico e dalle caratteristiche specifiche dei sistemi.

    Ma il principio è chiaro: un’informazione protetta oggi potrebbe non esserlo più tra dieci o quindici anni.

    Pensiamo alla cartella clinica di un bambino, a una ricerca industriale ancora riservata, a un documento diplomatico oppure ai dati biometrici utilizzati per identificare un cittadino.

    Sono informazioni che possono conservare un valore sensibile per decenni.

    E la loro eventuale esposizione futura potrebbe produrre conseguenze difficilmente reversibili.

    Il National Institute of Standards and Technology (NIST), organismo statunitense di riferimento per gli standard tecnologici, ha riconosciuto esplicitamente questo scenario, richiamando le organizzazioni alla necessità di preparare immediatamente la transizione verso nuovi sistemi crittografici.

    La minaccia quantistica, quindi, non coincide necessariamente con un attacco già realizzabile oggi. Coincide con il rischio che alcune scelte di sicurezza compiute nel presente risultino insufficienti a proteggere informazioni destinate a restare riservate a lungo.

    Banche, ospedali e pubbliche amministrazioni: chi rischia di più?

    La vulnerabilità quantistica non riguarda indistintamente tutti i dati.

    Una comunicazione commerciale che perde valore dopo pochi giorni presenta un rischio differente rispetto a un archivio sanitario destinato a essere conservato per decenni.

    La vera variabile è il tempo.

    Quanto a lungo un’informazione deve rimanere segreta? E per quanto tempo la tecnologia utilizzata per proteggerla sarà presumibilmente affidabile?

    Questa domanda dovrebbe entrare stabilmente nelle politiche di sicurezza di imprese, pubbliche amministrazioni e infrastrutture strategiche.

    Nel settore sanitario, ad esempio, l’esposizione di dati clinici potrebbe compromettere la riservatezza di intere generazioni di pazienti.

    Nella pubblica amministrazione, il rischio riguarda archivi documentali, comunicazioni istituzionali, sistemi di identificazione e servizi digitali utilizzati quotidianamente da milioni di cittadini.

    Nel comparto industriale possono essere coinvolti brevetti, progetti di ricerca, segreti commerciali e informazioni sui processi produttivi.

    Per le banche, invece, il problema investe sia la riservatezza delle comunicazioni sia, in prospettiva, i meccanismi crittografici utilizzati per l’autenticazione e l’integrità delle operazioni.

    La questione assume un significato ancora più rilevante nell’epoca dell’intelligenza artificiale.

    I sistemi di AI richiedono infrastrutture digitali, grandi quantità di dati e processi di scambio delle informazioni. Se queste infrastrutture sono compromesse, anche l’affidabilità dei servizi intelligenti che vi operano può risentirne.

    La cybersecurity quantistica non sarà quindi un settore separato dall’intelligenza artificiale: diventerà uno degli elementi necessari per garantire la fiducia nell’intero ecosistema digitale.

    Intelligenza artificiale e quantum computing: l’incontro che potrebbe accelerare la scienza

    Sarebbe tuttavia riduttivo raccontare la rivoluzione quantistica esclusivamente come una minaccia.

    Il suo potenziale economico e scientifico è enorme, soprattutto nell’interazione con l’intelligenza artificiale.

    Oggi i sistemi di AI stanno trasformando la capacità di analizzare grandi quantità di informazioni, riconoscere schemi e formulare previsioni.

    Il calcolo quantistico potrebbe affiancare queste tecnologie nella soluzione di specifici problemi complessi.

    Nel settore farmaceutico, per esempio, potrebbe contribuire a simulare con maggiore accuratezza determinate interazioni molecolari, supportando la ricerca di nuovi principi attivi.

    Nella scienza dei materiali potrebbe aiutare a progettare batterie più efficienti, nuovi semiconduttori e composti dalle proprietà innovative.

    Nell’energia potrebbe offrire nuovi strumenti per studiare processi chimici e fisici difficili da simulare con i sistemi tradizionali.

    L’integrazione con l’intelligenza artificiale potrebbe inoltre favorire lo sviluppo di metodi avanzati di ricerca, analisi e progettazione.

    Ma anche qui bisogna distinguere il potenziale dalle applicazioni già dimostrate.

    Non esiste, allo stato attuale, una garanzia che i computer quantistici renderanno automaticamente più veloci tutti i modelli di AI, né che sostituiranno le GPU oggi utilizzate nell’addestramento delle reti neurali.

    È più realistico immaginare un futuro di sistemi ibridi, nei quali computer tradizionali, acceleratori per l’intelligenza artificiale e processori quantistici coopereranno su compiti differenti.

    Un futuro nel quale il valore non sarà prodotto dalla sola potenza di calcolo, ma dalla capacità di combinare tecnologie diverse.

    Un mercato da migliaia di miliardi? Attenzione alla differenza tra promesse e realtà

    La rivoluzione quantistica sta già attirando capitali, imprese tecnologiche e governi.

    Secondo un approfondimento pubblicato da UBS nel febbraio 2026, che richiama stime di McKinsey, il mercato globale del quantum computing potrebbe raggiungere circa 72 miliardi di dollari entro il 2035, mentre il valore economico generato in quattro settori strategici potrebbe arrivare fino a 2.000 miliardi di dollari.

    Sono cifre impressionanti, ma richiedono una precisazione fondamentale.

    Il valore economico potenzialmente creato dall’applicazione di una tecnologia non coincide con il fatturato delle aziende che la sviluppano.

    E soprattutto non rappresenta un rendimento garantito per chi decide di investire nel settore.

    La storia dell’innovazione è piena di tecnologie destinate a cambiare il mondo che non hanno necessariamente premiato tutte le imprese protagoniste della loro fase iniziale.

    La corsa al quantum computing coinvolge grandi gruppi tecnologici come IBM, Alphabet, Microsoft e Amazon, insieme a società specializzate e centri di ricerca.

    Il rischio è confondere l’importanza strategica della tecnologia con la solidità economica di ogni azienda che promette di svilupparla.

    Molte imprese devono ancora dimostrare di poter trasformare risultati sperimentali in prodotti sostenibili, servizi richiesti dal mercato e ricavi ricorrenti.

    Esiste inoltre un paradosso economico interessante: una delle prime aree nelle quali la rivoluzione quantistica potrebbe generare una domanda concreta non è necessariamente quella dei computer quantistici, ma quella delle tecnologie necessarie a difendersi dai loro futuri attacchi.

    Fornitori di cybersecurity, sviluppatori di software crittografico, aziende specializzate in infrastrutture digitali e servizi di consulenza potrebbero beneficiare della necessità di aggiornare i sistemi esistenti.

    La vera economia quantistica, almeno nella sua fase iniziale, potrebbe svilupparsi anche attorno alla preparazione di un futuro che non è ancora arrivato.

    L’Europa prepara la difesa: la crittografia post-quantistica è già una priorità

    Mentre il dibattito pubblico è ancora concentrato sulle potenzialità dell’intelligenza artificiale generativa, le istituzioni internazionali hanno già cominciato a preparare la transizione verso una nuova generazione di strumenti di sicurezza.

    La risposta principale è rappresentata dalla crittografia post-quantistica, indicata con l’acronimo PQC.

    Si tratta di algoritmi progettati per resistere agli attacchi dei computer tradizionali e di quelli quantistici sufficientemente avanzati, sulla base delle conoscenze matematiche disponibili.

    Nel 2024 il NIST ha pubblicato tre standard fondamentali: FIPS 203, FIPS 204 e FIPS 205, dedicati rispettivamente a un meccanismo di incapsulamento delle chiavi e a due sistemi di firma digitale.

    Non significa che la sicurezza futura sia garantita in assoluto. Anche i nuovi algoritmi devono continuare a essere analizzati, testati e aggiornati.

    Significa, però, che esistono già strumenti concreti per cominciare a ridurre i rischi.

    L’Unione europea ha compiuto un passo significativo nel giugno 2025, adottando una tabella di marcia coordinata per la transizione alla crittografia post-quantistica.

    L’obiettivo indicato dalla Commissione europea è avviare la transizione entro la fine del 2026 e completare quella dei casi d’uso ad alto rischio il prima possibile, comunque non oltre il 2030.

    È un segnale politico e tecnologico da non sottovalutare.

    Per un’amministrazione pubblica, prepararsi significa censire i sistemi crittografici utilizzati, verificare le infrastrutture, coinvolgere i fornitori e pianificare aggiornamenti compatibili con i nuovi standard.

    La transizione non consiste semplicemente nell’installazione di un software. Richiede investimenti, competenze, gestione del rischio e una revisione delle dipendenze tecnologiche.

    Ed è proprio qui che emerge il problema italiano: senza una programmazione adeguata, gli enti con minori risorse economiche e professionali rischiano di accumulare ulteriori ritardi.

    La nuova disuguaglianza digitale sarà anche una disuguaglianza nella sicurezza

    Le grandi imprese tecnologiche possono investire nella ricerca quantistica, assumere specialisti e partecipare direttamente alla definizione dei nuovi standard.

    Le piccole imprese, le scuole, gli ospedali e molti enti locali non dispongono delle stesse risorse.

    Questo divario rischia di tradursi in una nuova forma di disuguaglianza digitale.

    Non sarà soltanto una questione di accesso all’intelligenza artificiale o alla connettività. Sarà anche una questione di capacità di proteggere i dati e garantire la continuità dei servizi nel tempo.

    Un cittadino difficilmente può sapere quali algoritmi vengono utilizzati per proteggere il proprio fascicolo sanitario, un servizio bancario o una piattaforma pubblica.

    Deve necessariamente affidarsi alle organizzazioni che gestiscono quelle informazioni.

    La responsabilità della sicurezza, pertanto, non può essere trasferita interamente sugli utenti.

    Serve una politica industriale e istituzionale che consideri la protezione post-quantistica un investimento collettivo e non un semplice adempimento informatico.

    Il tema riguarda direttamente anche la sovranità digitale europea.

    Chi controlla le infrastrutture crittografiche, le tecnologie di comunicazione e gli standard di sicurezza esercita un’influenza significativa sulla capacità di uno Stato di proteggere le proprie informazioni strategiche.

    Nell’epoca dell’intelligenza artificiale e della competizione globale per il controllo dei dati, la sicurezza crittografica diventa dunque una componente essenziale dell’autonomia tecnologica.

    Il futuro quantistico si decide oggi, non quando arriverà il primo attacco

    Ogni grande innovazione presenta un momento nel quale la società può ancora scegliere come prepararsi ai cambiamenti che produrrà.

    Per il quantum computing, quel momento è adesso.

    Non sappiamo con precisione quando sarà disponibile un computer quantistico capace di compromettere su larga scala gli attuali sistemi di crittografia asimmetrica.

    Potrebbero essere necessari molti anni. Alcune previsioni potrebbero rivelarsi troppo ottimistiche, altre essere superate dall’accelerazione della ricerca.

    Ma l’incertezza sui tempi non elimina la necessità di intervenire.

    Anzi, la rafforza.

    La lezione dell’intelligenza artificiale dovrebbe averci insegnato qualcosa: quando una tecnologia raggiunge improvvisamente una diffusione di massa, le istituzioni spesso scoprono di non avere ancora predisposto regole, competenze e strumenti adeguati per governarla.

    Con il calcolo quantistico rischiamo di ripetere lo stesso errore, ma con una differenza significativa.

    Questa volta potrebbero essere coinvolti dati raccolti, archiviati e protetti molti anni prima.

    La sfida non è impedire l’avanzamento della tecnologia, né alimentare paure incontrollate verso strumenti che potrebbero offrire benefici scientifici straordinari.

    È comprendere che innovazione e sicurezza non possono più procedere su binari separati.

    Perché la vera domanda non è se i computer quantistici cambieranno il mondo.

    È se saremo capaci di proteggere i diritti, le informazioni e le libertà dei cittadini mentre quel mondo cambia.

    E soprattutto: siamo disposti a investire oggi per prevenire un rischio che potrebbe manifestarsi soltanto domani?

    Editoriale
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    Alessandro Gatto

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