L’immagine è falsa, i like sono veri: il caso danese che mette alla prova le nuove regole europee sull’AI

Mano che tiene uno smartphone con un post politico contenente un’immagine generata dall’intelligenza artificiale, sullo sfondo bandiera danese e manifesti elettorali sfocati

Una fotografia apparentemente normale, due giovani che guardano con atteggiamento ostile una donna con il velo e un messaggio politico destinato a suscitare reazioni. C’è però un particolare decisivo: quella scena non è mai esistita.

L’immagine è stata realizzata utilizzando l’intelligenza artificiale ed è stata pubblicata senza alcuna indicazione visibile della sua origine sintetica da Danmarksdemokraterne, il partito danese fondato da Inger Støjberg e affiliato al gruppo dei Conservatori e Riformisti Europei.

Il caso arriva in un momento particolarmente delicato. Dal 2 agosto 2026 sono infatti applicabili gli obblighi di trasparenza previsti dall’articolo 50 dell’AI Act europeo, pensati proprio per rendere più riconoscibili determinate forme di contenuto artificiale o manipolato.

Tredicimila like per una scena che non è mai accaduta

Secondo quanto riportato dall’emittente pubblica danese DR e ripreso da Byte.it, l’immagine è stata utilizzata per accompagnare una proposta politica riguardante il divieto di alcuni capi di abbigliamento negli istituti di istruzione secondaria.

Il risultato comunicativo è stato notevole. Al momento della verifica il post pubblicato su Facebook aveva raccolto circa 13mila like e centinaia di commenti.

Soltanto un’analisi più attenta ha fatto emergere alcuni elementi compatibili con una generazione artificiale: particolari poco coerenti nei volti, illuminazione insolitamente uniforme e anomalie nelle texture degli abiti.

Il partito ha successivamente riconosciuto l’errore relativo alla mancata indicazione dell’origine artificiale dell’immagine e annunciato l’intenzione di intervenire sul post e sul proprio sito.

Perché il caso arriva nel momento peggiore

La vicenda danese è interessante soprattutto perché esplode poche settimane dopo l’avvio della nuova fase dell’AI Act.

Dal 2 agosto sono applicabili gli obblighi di trasparenza dell’articolo 50. Il sistema europeo distingue però tra gli obblighi che gravano sui fornitori delle tecnologie e quelli previsti per chi utilizza professionalmente i sistemi di intelligenza artificiale.

I provider di sistemi generativi devono adottare strumenti che consentano di identificare in maniera affidabile e leggibile dalle macchine i contenuti generati o manipolati dall’AI. Per i deployer sono invece previsti, tra gli altri, specifici obblighi di informazione quando il pubblico viene esposto a deepfake e, in determinate condizioni, a testi generati dall’intelligenza artificiale su questioni di interesse pubblico.

È proprio la qualificazione concreta del contenuto a diventare quindi decisiva per stabilire quali obblighi siano applicabili al caso danese.

Quando l’AI entra direttamente nella propaganda politica

Al di là dell’esito giuridico della vicenda, il problema politico è già evidente.

L’intelligenza artificiale permette di costruire in pochi secondi immagini estremamente realistiche capaci di rappresentare eventi mai accaduti, persone inesistenti e situazioni progettate esattamente per rafforzare un determinato messaggio.

In una campagna commerciale questo può influenzare una decisione d’acquisto. Nella comunicazione politica può incidere sulla percezione di fenomeni sociali, immigrazione, sicurezza, criminalità o conflitti.

La differenza rispetto alla tradizionale fotografia di propaganda è sostanziale: non si seleziona più una particolare rappresentazione della realtà. La realtà può essere direttamente fabbricata.

Il problema dei like alle immagini artificiali

C’è poi un secondo elemento che rende il caso particolarmente significativo.

Michael Wessel, ricercatore interpellato da DR, ha ricordato come alcune ricerche mostrino una diminuzione dell’interazione degli utenti quando viene dichiarata esplicitamente l’origine artificiale di un contenuto.

L’etichetta, dunque, non rappresenta soltanto un adempimento formale. Può cambiare concretamente il modo in cui il pubblico interpreta un’immagine e decide se condividerla.

Ed è esattamente qui che la trasparenza richiesta dall’Europa assume una dimensione politica: sapere che una fotografia documenta un evento realmente accaduto oppure che quella stessa scena è stata costruita da un algoritmo modifica inevitabilmente il valore che attribuiamo al messaggio.

L’AI Act affronta la sua prova più difficile

Le sanzioni previste dal regolamento per la violazione degli obblighi dell’articolo 50 possono raggiungere i 15 milioni di euro oppure, per le imprese, il 3% del fatturato mondiale annuo dell’esercizio precedente. L’applicazione concreta passa principalmente dalle autorità nazionali competenti.

Ma il vero banco di prova sarà probabilmente ancora più ampio.

Con elezioni, campagne politiche e dibattiti pubblici sempre più dipendenti dai social network, distinguere ciò che è accaduto da ciò che un algoritmo è capace di farci credere diventa una questione di qualità della democrazia.

Il caso danese arriva quindi come uno dei primi segnali dell’Europa post-2 agosto: le immagini artificiali sono ormai abbastanza realistiche da conquistare migliaia di persone. Ora bisognerà capire se le nuove regole saranno abbastanza efficaci da renderle riconoscibili.