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    Home » Divieto social under 15, la proposta della Lega in Parlamento dopo il caso Francia
    Politica

    Divieto social under 15, la proposta della Lega in Parlamento dopo il caso Francia

    Andrea DatoBy Andrea DatoGennaio 30, 2026Updated:Gennaio 30, 2026Nessun commento
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    a proposta annunciata dalla Lega di vietare l’accesso ai social network ai minori di 15 anni si inserisce in un quadro europeo già fortemente sotto tensione. Non è un’iniziativa isolata, né un semplice riflesso della scelta francese. E’ l’ennesimo segnale di come i governi nazionali stiano cercando spazio di manovra su un terreno che l’Unione europea ha provato a centralizzare con il Digital Services Act.

    In realtà, un anno e mezzo fa l’ex ministra democratica Marianna Madia aveva redatto una proposta di legge simile, insieme alla meloniana Lavinia Mennuni. Ma proprio per l’ostilità di FdI, all’epoca in rapporti molto amicali con Elon Musk, quell’idea di regolamentazione finì nel cassetto. Oggi è il Carroccio a riproporla.

    Sul limite di età, Bruxelles è stata chiara: gli Stati membri possono stabilire una soglia nazionale, quando sono in gioco la protezione dei minori e i rischi per il loro benessere digitale. Il problema inizia quando una decisione politica nazionale si traduce, anche indirettamente, in obblighi tecnici e organizzativi per le piattaforme online che operano su scala transfrontaliera.

    È lo stesso snodo emerso nel caso francese, sul quale la Commissione europea ha riconosciuto la competenza nazionale sulla cosiddetta “maggioranza digitale”, ma ha ribadito che gli obblighi operativi nei confronti delle grandi piattaforme restano saldamente incardinati nel sistema di enforcement del Digital Services Act.

    Il confine tra scelta politica e obblighi operativi

    La proposta italiana, così come quella francese, si muove su un crinale sottile. Vietare l’accesso ai social agli under 15 significa, nella pratica, rendere necessaria una verifica dell’età. E la verifica dell’età non è un atto neutro: implica tecnologie, infrastrutture, gestione dei dati personali e, inevitabilmente, responsabilità in capo ai fornitori del servizio.

    È qui che entra in gioco il Digital Services Act, che ha disegnato un sistema di governance centralizzato per le Very Large Online Platforms, affidando alla Commissione europea e alle autorità designate il potere di imporre obblighi aggiuntivi, misure di mitigazione del rischio e requisiti tecnici. Gli Stati possono fissare regole di contesto, ma non possono imporre unilateralmente alle piattaforme come debbano adeguarsi dal punto di vista operativo.

    Questo significa che ogni proposta nazionale che, anche implicitamente, presupponga nuovi meccanismi di age verification rischia di scontrarsi con i limiti di competenza fissati dal diritto UE.

    Verifica dell’età, privacy e mercato unico

    Sistemi di verifica dell’età troppo invasivi possono entrare in conflitto con la normativa sulla protezione dei dati personali. Sistemi troppo deboli rischiano di essere inefficaci. Soluzioni diverse da Paese a Paese finirebbero per frammentare il mercato digitale europeo, costringendo le piattaforme a implementare architetture differenti a seconda dello Stato membro.

    Proprio per evitare questo scenario, la Commissione europea sta lavorando a strumenti comuni, come il prototipo europeo di app per la verifica dell’età, pensato per rendere attuabili le scelte nazionali senza moltiplicare gli obblighi tecnici. È in questo passaggio che si gioca una parte decisiva del potere regolatorio: chi controlla l’infrastruttura tecnica, di fatto, condiziona l’accesso ai servizi digitali.

    Una questione che va oltre i minori

    Nelle dichiarazioni politiche, il divieto per gli under 15 viene spesso accompagnato da riferimenti al disagio giovanile, all’isolamento post-Covid e, più in generale, agli effetti sociali della tecnologia. Temi reali, ma che rischiano di essere utilizzati come cornice emotiva per interventi normativi che hanno conseguenze molto più ampie.

    Il nodo riguarda il rapporto tra Stati membri e Unione europea nella regolazione delle piattaforme, il perimetro dell’enforcement del Digital Services Act e, in prospettiva, il controllo delle identità digitali e degli accessi ai servizi online.

    La mossa francese ha già mostrato quanto questo equilibrio sia fragile. L’iniziativa italiana rischia di riaprire lo stesso confronto, ponendo una domanda di fondo che Bruxelles non potrà evitare: fino a che punto i governi nazionali possono spingersi nella regolazione dei social senza scardinare l’architettura europea costruita negli ultimi anni?

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    Andrea Dato

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