Corea del Sud, il nuovo gigante dell’AI. Ben 953 miliardi per data center e infrastrutture entro il 2032

La Corea del Sud prepara un investimento senza precedenti: 1.400 trilioni di won, pari a 953 miliardi di dollari, per costruire data center e infrastrutture dedicate all’intelligenza artificiale nei prossimi sette anni. L’annuncio arriva dal presidente di SK Group, Chey Tae-won, durante una conferenza organizzata dalla Camera di Commercio coreana e dalla Banca Centrale. Seul, cuore tecnologico dell’Asia insieme a Tokyo e Shenzhen, rilancia la competizione globale con un piano che supera, da solo, l’intero pacchetto di investimenti pubblici e privati dell’Unione Europea sull’AI.

Secondo Chey, l’obiettivo è chiaro: consolidare un ecosistema capace di attirare talenti, dati, capitali e startup in un momento in cui la corsa all’AI generativa e industriale ridisegna la geografia del potere tecnologico. Per restare nella partita, sostiene, non bastano competenze e ricerca: serve una “infrastruttura muscolare”, in grado di reggere modelli sempre più complessi e ad altissimo consumo energetico.

La soglia dei 20 gigawatt e il nodo energetico

Il piano coreano punta a creare data center con una capacità complessiva di 20 gigawatt. È una cifra enorme. Per dare un ordine di grandezza: si tratta dell’equivalente dell’intero consumo elettrico annuale di alcune nazioni europee. La stima di Chey è che la costruzione di ogni gigawatt richieda circa 70 trilioni di won, ossia oltre 47 miliardi di dollari.

La questione energetica diventa così il cuore del problema tecnologico. L’AI non cresce senza calcolo, e il calcolo non cresce senza energia. È un messaggio diretto anche alle democrazie occidentali, dove la crescita dei data center sta già generando pressioni su reti, forniture e produzioni rinnovabili. La Corea intende affrontare questa sfida con una strategia integrata: investimenti statali, partnership industriali e una forte regia nazionale.

Ecosistema startup e rischio bolla: la doppia faccia dell’AI

Nell’incontro, che ha coinvolto anche il governatore della Banca di Corea Rhee Chang-yong, è emersa un’altra questione chiave: siamo davanti a un boom strutturale o a una bolla dell’AI? La risposta coreana sembra pragmatica: l’unico modo per ridurre il rischio è diversificare il mercato, spingendo sulla nascita di decine di migliaia di startup AI e costruendo un mercato competitivo che non dipenda da pochi player dominanti.

Chey insiste su un punto: attrarre risorse globali non significa solo costruire data center, ma creare condizioni di mercato che rendano le aziende coreane più interessanti delle concorrenti statunitensi, cinesi o europee. In altre parole, la corsa all’AI è un gioco a più livelli: infrastruttura, talento, capitali, regolazione e capacità di innovare senza soffocare il sistema.

La lezione per l’Europa (e per l’Italia)

Il messaggio arriva chiarissimo: mentre gli Stati Uniti finanziano hyperscaler e chip, la Cina corre su modelli proprietari e hardware sovrano, la Corea del Sud scommette sulla “massa critica” infrastrutturale. Per l’Europa, impantanata tra governance, cautela regolatoria e investimenti frammentati, il rischio è evidente: ritrovarsi schiacciata tra blocchi che fanno dell’AI un pilastro strategico della politica industriale.

La Corea vuole diventare uno di quei blocchi. Con quasi 1.000 miliardi investiti in sette anni, manda un segnale politico, economico e tecnologico: la competizione sull’intelligenza artificiale non si giocherà solo sul software o sugli algoritmi, ma sulla capacità di costruire le fondamenta di un’economia ad altissima intensità di dati.