La guerra informatica tra Russia e Occidente non si combatte soltanto attraverso attacchi ai siti istituzionali, alle reti digitali e alle infrastrutture strategiche. Sempre più spesso entrano nel mirino le persone, le loro famiglie e le informazioni private che possono essere utilizzate per esercitare pressioni e intimidazioni.
È quanto emerge dalla denuncia del ministro degli Esteri e vicepresidente del Consiglio Antonio Tajani, che ha reso noto di essere finito nel mirino di hacker filorussi responsabili della diffusione di suoi dati personali sul dark web. Gli autori dell’operazione starebbero inoltre offrendo denaro per ottenere ulteriori informazioni riservate sui familiari del ministro.
La vicenda si inserisce in una più ampia campagna di ostilità informatica contro l’Italia e gli altri Paesi europei che sostengono l’Ucraina. Una strategia che, accanto all’esposizione dei dati personali, comprende attacchi contro servizi digitali e infrastrutture di particolare rilevanza, come dimostrano anche le operazioni che hanno interessato il Brennero.
Tajani denuncia gli hacker: una taglia per ottenere informazioni sulla famiglia
Il ministro ha denunciato pubblicamente l’accaduto attraverso un messaggio su X, spiegando che da giorni criminali informatici filorussi stanno diffondendo informazioni personali che lo riguardano e cercando di raccogliere nuovi dettagli sulla sua famiglia.
L’elemento più inquietante è proprio il tentativo di coinvolgere i familiari di un rappresentante delle istituzioni, trasformando la sua sfera privata in un possibile strumento di pressione politica.
Tajani ha collegato l’operazione alla posizione assunta dall’Italia nel conflitto russo-ucraino e ha ribadito che queste intimidazioni non modificheranno l’impegno del governo nel sostegno a Kiev.
Secondo le ricostruzioni giornalistiche, dal 26 ottobre sarebbe comparso sul dark web un elenco di 18 persone considerate ostili alla Federazione Russa. Tra gli obiettivi figurerebbero anche il procuratore di Roma Francesco Lo Voi, il dirigente della Polizia postale Ivano Gabrielli e il sindaco di Aviano, Paolo Tassan-Zanin.
L’iniziativa sarebbe riconducibile al gruppo NoName057(16), una formazione di hacker filorussi già nota per numerose campagne informatiche contro istituzioni e organizzazioni occidentali.
La Procura di Roma ha avviato accertamenti per ricostruire l’origine delle informazioni diffuse e individuare eventuali responsabilità penali.
Il Brennero nel mirino: la minaccia alle infrastrutture strategiche
La pressione informatica filorussa si estende anche alle infrastrutture che garantiscono i collegamenti e gli scambi commerciali tra i Paesi europei. Tra gli obiettivi delle campagne attribuite agli hacker figura il Brennero, uno dei principali corridoi di transito tra Italia e Austria e un collegamento fondamentale per il trasporto di merci e passeggeri.
Il suo valore strategico rende particolarmente significativa l’attenzione dei gruppi informatici ostili. Il Brennero non rappresenta soltanto un punto di attraversamento delle Alpi, ma un’infrastruttura essenziale per i rapporti economici tra l’Italia e l’Europa centrale.
Gli attacchi informatici contro servizi digitali collegati ai trasporti possono avere finalità differenti. In alcuni casi mirano a interrompere temporaneamente l’accesso ai portali online, in altri a produrre visibilità mediatica e dimostrare la capacità di colpire obiettivi simbolici.
È tuttavia necessario distinguere tra l’indisponibilità di un sito web e la compromissione dei sistemi operativi che regolano concretamente la circolazione stradale o ferroviaria. Un attacco informatico a un portale non implica automaticamente il blocco dei trasporti o la violazione delle infrastrutture di controllo.
La rilevanza del Brennero evidenzia comunque una caratteristica della guerra ibrida: la scelta di bersagli capaci di generare preoccupazione pubblica anche quando le conseguenze tecniche degli attacchi risultano limitate.
Chi sono gli hacker di NoName057(16)
Il gruppo NoName057(16) è diventato uno dei nomi più ricorrenti nelle campagne di attacchi informatici filorussi contro i Paesi occidentali.
La sua attività si concentra soprattutto su operazioni di tipo DDoS, acronimo di Distributed Denial of Service. Si tratta di attacchi che utilizzano un elevato numero di richieste simultanee per sovraccaricare siti e servizi online, rendendoli temporaneamente irraggiungibili agli utenti.
Queste operazioni non comportano necessariamente il furto di dati o l’accesso abusivo ai sistemi informatici. Il loro obiettivo può essere anche esclusivamente dimostrativo: interrompere un servizio, attirare l’attenzione dei media e diffondere messaggi di propaganda.
La diffusione di informazioni personali e la ricerca di dati sui familiari rappresentano però una modalità di pressione differente rispetto ai tradizionali attacchi DDoS.
L’orientamento filorusso del gruppo e la convergenza delle sue iniziative con gli interessi di Mosca non costituiscono, da soli, una prova di coordinamento diretto con le autorità russe. L’attribuzione delle singole operazioni richiede accertamenti tecnici e investigativi.
Il doxing: quando i dati personali diventano un’arma
L’operazione denunciata da Tajani richiama il fenomeno del doxing, una pratica che consiste nella raccolta e nella diffusione di informazioni personali senza il consenso degli interessati, spesso con finalità intimidatorie.
Indirizzi privati, numeri telefonici, recapiti familiari, informazioni professionali e altri dettagli possono essere utilizzati per ricostruire la vita quotidiana di una persona e renderla vulnerabile a molestie, minacce o tentativi di frode.
Il pericolo aumenta quando le informazioni vengono aggregate. Dati singolarmente accessibili possono diventare particolarmente sensibili se combinati per individuare abitudini, relazioni personali e spostamenti.
Nel caso di esponenti istituzionali, la diffusione di queste informazioni può produrre conseguenze che vanno oltre la violazione della riservatezza individuale, coinvolgendo la sicurezza delle persone e il regolare esercizio delle funzioni pubbliche.
Occorre inoltre evitare un equivoco: la presenza di dati personali sul dark web non dimostra automaticamente che siano stati violati gli account del ministro o i sistemi informatici della Farnesina. Le informazioni potrebbero provenire da fonti differenti, comprese precedenti violazioni di archivi digitali o attività di raccolta da fonti pubbliche.
Sarà compito degli investigatori ricostruirne la provenienza.
La risposta della Farnesina e la sicurezza informatica nazionale
La denuncia del ministro riporta al centro dell’attenzione il rafforzamento delle capacità di difesa informatica delle istituzioni italiane.
Tajani ha ricordato l’attivazione, dal primo gennaio, di una direzione della Farnesina dedicata alla sicurezza informatica, con l’obiettivo di rafforzare la protezione dei sistemi e la capacità di risposta alle minacce digitali.
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha espresso solidarietà al ministro, sottolineando la gravità delle intimidazioni e della diffusione di informazioni personali.
Il caso conferma la necessità di considerare la sicurezza informatica come un ambito che coinvolge contemporaneamente istituzioni, infrastrutture, imprese e cittadini.
