Donald Trump aveva ribattezzato l’intelligenza artificiale “Super Intelligence” e promesso all’industria americana la libertà di costruire più rapidamente della Cina le infrastrutture necessarie ad alimentarla. Poco più di un mese dopo, quella strategia incontra il voto.
Nelle elezioni di metà mandato del 3 novembre i Democratici hanno conquistato la maggioranza sia alla Camera sia al Senato. Nello stesso giorno, decine di comunità americane si sono pronunciate su moratorie, divieti e condizioni più severe per i data center. In alcuni degli Stati destinati a ospitare la maggiore crescita della capacità di calcolo hanno inoltre vinto candidati favorevoli a rallentarne l’espansione.
Non significa che gli Stati Uniti abbiano votato contro l’intelligenza artificiale. Il messaggio è più preciso: la corsa ai modelli non può continuare scaricando sulle comunità il costo dell’elettricità, dell’acqua, delle nuove reti e degli incentivi concessi alle aziende.
La corsa di Trump contro la Cina
La politica di Trump collega esplicitamente lo sviluppo dell’IA alla supremazia economica e strategica americana. Nel luglio 2025 la Casa Bianca aveva accelerato le autorizzazioni per i grandi data center, facilitando l’uso dei terreni federali e la costruzione degli impianti energetici necessari ad alimentarli. Il piano comprende gas, carbone, nucleare, geotermia e nuove infrastrutture elettriche.
Il 29 settembre 2026 Trump aveva compiuto un ulteriore salto simbolico firmando l’ordine esecutivo che impone all’amministrazione federale di sostituire l’espressione “Artificial Intelligence” con “Super Intelligence”. La tecnologia veniva presentata come la nuova frontiera della potenza americana e come una fonte quasi illimitata di crescita, innovazione e sicurezza nazionale.
Nello stesso giorno il presidente aveva riunito alla Casa Bianca i vertici di Meta, Google, OpenAI, Anthropic e Nvidia. Alle domande sul possibile impatto elettorale dei data center aveva risposto che le aziende avrebbero portato ricchezza alle comunità e che gli impianti rifiutati dagli Stati Uniti sarebbero stati accolti dalla Cina.
Era un’impostazione lineare: più capacità di calcolo significa modelli più potenti, più investimenti e maggiore forza geopolitica. Il voto ha mostrato che l’equazione politica è molto meno semplice.
Quarantuno referendum sull’infrastruttura dell’IA
Il 3 novembre erano previste almeno 41 consultazioni locali sui data center in dieci Stati. Ventotto proponevano limitazioni, mentre tredici puntavano ad autorizzare o favorire gli insediamenti.
I risultati diffusi nella notte elettorale restano provvisori fino alla certificazione, ma la direzione appare netta: gran parte delle misure restrittive risulta approvata o in vantaggio.
Ad Alhambra, in California, oltre l’82 per cento dei voti scrutinati è andato al divieto di costruire data center. A Edgewater, in Florida, quasi il 78 per cento degli elettori ha sostenuto una modifica dello statuto municipale che proibisce nuovi impianti e l’ampliamento di quelli esistenti. A Granville, in Ohio, il divieto ha superato l’82 per cento.
A Bloomington, nell’Illinois, il 77,6 per cento ha chiesto una moratoria. A Grove City, in Ohio, è in vantaggio la proposta che impone un voto pubblico sui progetti superiori a determinate soglie di superficie, potenza o consumo d’acqua.
Non tutte le consultazioni hanno lo stesso valore giuridico. Alcune introducono divieti vincolanti, altre modificano gli statuti locali, altre ancora sono soltanto consultive. Considerate insieme, però, mostrano che l’infrastruttura dell’intelligenza artificiale è diventata una questione elettorale concreta.
Gli elettori non sono stati chiamati a scegliere fra modelli aperti e sistemi proprietari. Hanno votato sulla bolletta elettrica, sul consumo d’acqua, sui nuovi elettrodotti, sul rumore dei sistemi di raffreddamento e sul numero effettivo di posti di lavoro creati in cambio degli incentivi pubblici.
Il Texas trasforma il problema locale in politica nazionale
Il risultato più simbolico arriva dal Texas, uno dei principali poli mondiali della nuova capacità di calcolo. La democratica Gina Hinojosa ha sconfitto il governatore repubblicano Greg Abbott dopo avere chiesto una sospensione dei nuovi data center fino all’introduzione di garanzie su acqua, elettricità, qualità dell’aria e diritti dei proprietari.
Anche James Talarico ha conquistato per i Democratici il seggio del Texas al Senato. Il voto interrompe decenni di predominio repubblicano nello Stato e può incidere direttamente sulle autorizzazioni, sulla rete elettrica e sugli incentivi destinati ai grandi progetti.
La sconfitta assume anche un significato personale per Trump e per Elon Musk, che aveva investito massicciamente sul fronte repubblicano. Il presidente aveva definito i data center “il petrolio dei prossimi venti o venticinque anni” e sostenuto che avrebbero reso ricche le comunità disposte ad accoglierli.
Molti elettori hanno risposto che quella ricchezza non è dimostrata oppure non compensa i costi. La promessa di sviluppo si scontra con impianti che richiedono enormi quantità di energia e acqua, possono aumentare le bollette e producono meno occupazione stabile rispetto alle grandi fabbriche tradizionali.
Il Congresso può controllare Trump, ma non fermarlo da solo
La conquista democratica di Camera e Senato apre una seconda linea di contenimento. Il nuovo Congresso potrà convocare i dirigenti delle aziende, avviare indagini, controllare le agenzie federali, intervenire sugli stanziamenti e sottoporre a maggiore scrutinio autorizzazioni, incentivi e impatto energetico dell’IA.
Non significa che la politica di Trump sia stata già rovesciata. Il presidente conserva il potere di veto e continuerà a dirigere l’amministrazione federale. Una legge capace di bloccare radicalmente la costruzione dei data center difficilmente potrebbe entrare in vigore senza un compromesso con la Casa Bianca.
Il freno più immediato arriverà quindi dal basso: governatori, commissioni statali, autorità energetiche, contee e comuni. Sono questi soggetti a decidere una parte consistente delle autorizzazioni urbanistiche, dell’accesso all’acqua, dei collegamenti alla rete e delle agevolazioni fiscali.
La conseguenza potrebbe essere una crescente frammentazione americana: Stati pronti ad accogliere rapidamente gli investimenti e territori nei quali ogni nuovo impianto dovrà superare consultazioni, valutazioni ambientali e obblighi economici più severi.
Quando la minaccia cinese non basta più
L’argomento decisivo della Casa Bianca rimane geopolitico. Se gli Stati Uniti rallentano, la Cina costruirà i centri di calcolo e conquisterà il primato. È una tesi potente, soprattutto dopo che Washington ha trasformato chip, cloud e capacità di addestramento in strumenti della competizione strategica.
Il voto mostra però il limite democratico di questa impostazione. Definire un’infrastruttura essenziale per la sicurezza nazionale non elimina la necessità di stabilire chi ne paga i costi. La minaccia cinese può giustificare investimenti pubblici e procedure accelerate, ma non rende automaticamente accettabili aumenti delle bollette, consumo delle risorse e accordi opachi con le amministrazioni.
Trump aveva già tentato di rispondere con il “Ratepayer Protection Pledge”, l’impegno volontario assunto da imprese e operatori affinché l’espansione dei data center non aumentasse le tariffe elettriche delle famiglie.
Il voto suggerisce che le promesse volontarie non bastano più. Molte comunità vogliono obblighi verificabili, partecipazione preventiva e la possibilità di respingere progetti ritenuti incompatibili con il territorio.
La lezione per l’Europa
Anche l’Unione europea vuole moltiplicare data center, gigafactory dell’IA e capacità di calcolo sovrana. Il rischio è riprodurre lo stesso errore americano: presentare ogni opposizione territoriale come ostilità all’innovazione o come un favore involontario agli avversari geopolitici.
La lezione delle elezioni statunitensi è differente. La sovranità tecnologica richiede infrastrutture, ma anche consenso. Prima di autorizzare un grande centro di calcolo, cittadini e amministrazioni dovrebbero conoscere potenza richiesta, consumo idrico, origine dell’energia, nuovi costi per la rete, incentivi pubblici, emissioni, occupazione prevista e obblighi di ripristino.
Per l’Italia il tema è già concreto, soprattutto nell’area milanese, dove si concentra una parte rilevante dei progetti. Anticipare i conflitti con trasparenza e regole comuni sarebbe meno costoso che scoprirli quando gli investimenti sono già stati annunciati e alle comunità resta soltanto la possibilità di tentare di bloccarli.
Il voto americano non chiude la corsa all’intelligenza artificiale. Segna però la fine dell’idea che possa essere condotta esclusivamente da presidenti, laboratori e grandi aziende tecnologiche.
Dopo i modelli e i chip, entrano in campo gli elettori. E la “Super Intelligence” di Trump scopre che anche la potenza di calcolo deve ottenere un’autorizzazione politica.
