L’intelligenza artificiale diventa ogni giorno di più una questione di potere, di diritti e di democrazia. Ma anche di educazione. Perché se le nuove tecnologie possono condizionare l’informazione e orientare le opinioni dei cittadini, la risposta non può limitarsi alle leggi e ai controlli sulle grandi aziende. Deve cominciare anche dalle scuole, dove si formano le nuove generazioni.
Le parole pronunciate dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella al Festival delle Regioni di Firenze aprono una riflessione che riguarda il futuro dell’intera società. Il Capo dello Stato ha messo in guardia contro il rischio che l’intelligenza artificiale diventi uno «strumento di dominio a disposizione di pochi e a scapito dei diritti e della dignità di molti».
Un avvertimento che riguarda la crescente concentrazione del potere tecnologico nelle mani di poche imprese, ma anche la capacità dei sistemi di IA di influenzare la circolazione delle informazioni e, attraverso questa, il funzionamento delle democrazie.
Mattarella ha difeso la regolamentazione europea, sottolineando il ruolo avanzato dell’Unione nella definizione di regole capaci di orientare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale. Allo stesso tempo ha richiamato il pericolo di una competizione sempre più esasperata tra pochi soggetti, con conseguenze che la scienza non è ancora in grado di prevedere completamente.
Il Presidente non propone di fermare l’innovazione. Al contrario, riconosce le opportunità straordinarie offerte dall’IA. Ma ricorda che il progresso tecnologico deve rimanere compatibile con i diritti fondamentali e con i valori democratici.
Le regole europee non bastano senza cittadini consapevoli
L’AI Act rappresenta una risposta importante ai rischi dell’intelligenza artificiale. Il regolamento europeo introduce divieti per alcune pratiche considerate inaccettabili, obblighi per i sistemi ad alto rischio e specifiche disposizioni sulla trasparenza. Ma esiste una differenza sostanziale tra disciplinare una tecnologia e mettere le persone nelle condizioni di comprenderla.
Si possono imporre obblighi alle piattaforme, prevedere controlli e sanzionare determinati comportamenti. Tuttavia, nessuna regolamentazione può sostituire completamente la capacità individuale di riconoscere un’informazione falsa, valutare l’attendibilità di una fonte o comprendere i limiti di una risposta generata automaticamente.
È proprio su questo terreno che la scuola assume un ruolo decisivo.
Mattarella ha richiamato la manipolazione dell’informazione e la diffusione delle notizie false come fenomeni capaci di condizionare le opinioni pubbliche e orientare le scelte dei cittadini.
L’intelligenza artificiale generativa rende questi rischi ancora più complessi. Oggi è possibile produrre immagini realistiche di eventi mai accaduti, video nei quali persone reali sembrano pronunciare parole mai dette e contenuti costruiti per apparire credibili anche quando sono completamente inventati.
Ma il problema non riguarda soltanto i deepfake. Riguarda anche la crescente abitudine ad affidarsi ai sistemi di IA per cercare informazioni, interpretare fatti e formulare giudizi.
Quando una risposta viene presentata in modo chiaro, articolato e convincente, può essere accettata senza verificarne la correttezza. È un rischio particolarmente significativo per chi sta ancora costruendo le proprie conoscenze e sviluppando gli strumenti necessari per valutare criticamente la realtà.
La scuola deve insegnare a usare l’IA in modo consapevole
L’intelligenza artificiale è già entrata nella quotidianità degli studenti. Viene utilizzata per svolgere esercizi, riassumere libri, preparare interrogazioni, tradurre testi e cercare spiegazioni.
Pensare di risolvere il problema vietandone indiscriminatamente l’utilizzo sarebbe una risposta insufficiente. Così come sarebbe sbagliato lasciare che questi strumenti entrino nelle attività didattiche senza una strategia educativa.
Il vero passaggio evolutivo consiste nell’insegnare agli studenti a utilizzare l’IA senza rinunciare alla capacità di ragionare autonomamente.
Significa spiegare che un sistema può produrre risposte sbagliate anche quando sembrano perfettamente plausibili. Significa insegnare a confrontare le fonti, riconoscere i contenuti manipolati, proteggere i dati personali e distinguere il supporto tecnologico dalla sostituzione del lavoro intellettuale.
Ma significa anche valorizzare le opportunità.
L’intelligenza artificiale può aiutare a comprendere argomenti complessi, personalizzare alcuni percorsi di apprendimento, superare barriere linguistiche e rendere più accessibili contenuti educativi. Può diventare uno strumento utile per studenti e insegnanti, purché il suo utilizzo sia accompagnato da competenze e responsabilità.
E per farlo non basta rivolgersi agli studenti. Occorre investire soprattutto nella formazione dei docenti, evitando che la conoscenza di queste tecnologie dipenda esclusivamente dall’iniziativa individuale.
La scuola deve poter contare su percorsi strutturati, strumenti adeguati e indicazioni chiare. Altrimenti il rischio è che l’intelligenza artificiale venga utilizzata senza comprenderne realmente il funzionamento, oppure venga respinta per mancanza di preparazione.
Il rischio di nuove disuguaglianze digitali
Esiste poi una questione che riguarda direttamente l’uguaglianza delle opportunità.
Non tutti gli studenti hanno accesso agli stessi strumenti, alle medesime connessioni o a insegnanti con identiche possibilità di formazione. Le differenze economiche, sociali e territoriali possono tradursi in un nuovo divario educativo.
Chi imparerà a utilizzare consapevolmente l’intelligenza artificiale potrà disporre di opportunità importanti nello studio e, successivamente, nel lavoro. Chi ne resterà escluso rischierà di accumulare ulteriori svantaggi.
Per questo l’educazione all’IA non può essere affidata soltanto alle famiglie o alle iniziative occasionali delle singole scuole.
Serve una strategia pubblica che consideri le competenze digitali parte integrante della formazione dei cittadini, dalla capacità di verificare una notizia fino alla comprensione delle conseguenze sociali ed etiche dell’automazione.
L’AI Act, attraverso l’articolo 4, riconosce l’importanza dell’alfabetizzazione in materia di intelligenza artificiale, prevedendo specifiche misure per chi fornisce e utilizza professionalmente questi sistemi. Non introduce direttamente una nuova materia scolastica, ma conferma un principio fondamentale: l’impiego responsabile dell’IA richiede conoscenze adeguate.
Questo principio dovrebbe orientare anche le politiche educative.
La democrazia si protegge formando cittadini liberi
Il richiamo di Mattarella alla responsabilità delle istituzioni non deve essere interpretato come una contrapposizione tra innovazione e diritti.
L’intelligenza artificiale può contribuire al progresso scientifico, migliorare servizi e creare nuove opportunità. Ma non possiamo considerare inevitabile qualsiasi sviluppo tecnologico, né accettare che siano esclusivamente le aziende a stabilire quali rischi la società debba sopportare.
Le regole sono indispensabili. Servono autorità capaci di controllare, imprese chiamate a rispondere delle proprie scelte e istituzioni in grado di governare l’innovazione.
Ma serve anche qualcosa che nessuna norma può garantire da sola: una società capace di comprendere criticamente gli strumenti che utilizza.
È qui che la scuola diventa una parte essenziale della risposta ai rischi denunciati dal Presidente della Repubblica.
Non perché debba trasformarsi in un luogo di diffidenza verso la tecnologia, ma perché deve continuare a svolgere la propria funzione fondamentale: formare persone capaci di pensare, scegliere e partecipare consapevolmente alla vita democratica.
