Quattro adolescenti su cinque utilizzano i social ogni giorno e uno su dieci è a rischio di uso problematico. Il nuovo rapporto dell’Osservatorio #Conibambini racconta una generazione sempre più connessa, ma ancora fragile sul piano psicologico. E pone una domanda che riguarda famiglie, scuola, istituzioni e piattaforme digitali: stiamo davvero comprendendo il mondo in cui crescono i nostri ragazzi?
C’è una generazione che vive contemporaneamente in due mondi. Uno è quello delle aule scolastiche, delle amicizie, dello sport, delle relazioni familiari. L’altro è quello degli smartphone, delle notifiche, dei social network e delle piattaforme digitali. Due dimensioni che ormai si intrecciano continuamente, al punto che distinguere la vita online da quella offline è diventato sempre più difficile.
È proprio in questo intreccio che si gioca una parte importante del benessere psicologico degli adolescenti.
Il nuovo rapporto dell’Osservatorio #Conibambini, realizzato da Openpolis e dall’impresa sociale Con i Bambini, offre uno spaccato significativo di questa realtà. E soprattutto invita a superare una contrapposizione troppo semplice: da un lato chi considera la tecnologia responsabile di ogni disagio giovanile, dall’altro chi tende a minimizzare i rischi di un utilizzo sempre più pervasivo degli strumenti digitali.
La verità, come spesso accade, è più complessa. E proprio per questo richiede maggiore attenzione.
Una generazione connessa, non necessariamente più serena
I numeri descrivono quanto il digitale sia diventato parte integrante dell’adolescenza.
Quattro ragazzi su cinque utilizzano quotidianamente i social network. Uno su quattro gioca ogni giorno ai videogiochi. Circa un adolescente su dieci è a rischio di uso problematico dei social.
Non si tratta di dati marginali. Raccontano una trasformazione profonda delle abitudini, delle relazioni e del modo in cui i giovani costruiscono la propria identità.
Per molti adolescenti, i social rappresentano uno spazio di espressione, di confronto e di appartenenza. Consentono di mantenere amicizie, condividere interessi, trovare informazioni e sentirsi parte di una comunità.
Ma quello stesso ambiente può diventare anche un luogo di pressione psicologica, confronto continuo, ricerca esasperata di approvazione e dipendenza dal giudizio altrui.
Il problema, dunque, non è semplicemente essere connessi. È capire quando la connessione smette di essere un’opportunità e comincia a condizionare negativamente la vita quotidiana.
Non tutte le ore online sono uguali
Uno degli aspetti più importanti del rapporto riguarda proprio il superamento dell’idea secondo cui il tempo trascorso davanti a uno schermo sia, da solo, una misura affidabile del rischio.
Due ragazzi possono utilizzare internet per lo stesso numero di ore e vivere esperienze profondamente diverse.
Uno può studiare, coltivare una passione, confrontarsi con gli amici o sviluppare competenze. L’altro può ritrovarsi intrappolato in una sequenza infinita di contenuti, notifiche e confronti sociali, fino a sacrificare il sonno, l’attività fisica e le relazioni personali.
La differenza non è soltanto quantitativa. È soprattutto qualitativa.
Il rapporto richiama il concetto di uso problematico di internet, una condizione nella quale il rapporto con il digitale diventa difficile da controllare e interferisce con altre dimensioni importanti della vita.
Le ricerche evidenziano associazioni tra queste modalità d’uso e problemi come ansia, depressione, bassa autostima, isolamento sociale e disturbi del sonno.
Questo non significa che i social provochino automaticamente tali condizioni. Il rapporto tra tecnologie e salute mentale può essere bidirezionale: un adolescente che vive una situazione di disagio può rifugiarsi maggiormente online, mentre alcune esperienze digitali possono contribuire ad accentuare fragilità già presenti.
È una distinzione fondamentale, perché confondere una correlazione con un rapporto di causa ed effetto rischia di produrre risposte sbagliate a problemi reali.
Le ragazze, i più giovani e le nuove fragilità
Il rapporto mette in luce anche differenze significative legate all’età e al genere.
Il rischio di utilizzo problematico dei social network è più elevato tra le ragazze, con livelli particolarmente rilevanti tra le tredicenni. Per i videogiochi, invece, il fenomeno riguarda soprattutto i maschi, con oltre uno su cinque classificato a rischio secondo gli indicatori considerati.
Sono dati che meritano attenzione, perché suggeriscono che le vulnerabilità non si manifestano tutte nello stesso modo.
La pressione sull’immagine corporea, la continua esposizione a modelli estetici irrealistici, il bisogno di approvazione e il timore dell’esclusione possono incidere sull’esperienza digitale di molti adolescenti.
Allo stesso tempo, meccanismi di gratificazione immediata e utilizzo compulsivo possono rendere difficile interrompere alcune attività online.
Non sarebbe corretto trasformare queste differenze statistiche in etichette rigide. Ma sarebbe altrettanto sbagliato ignorarle.
La prevenzione deve riconoscere le diverse vulnerabilità, senza considerare tutti gli adolescenti un gruppo indistinto.
Il divario digitale è anche una questione sociale
C’è poi un elemento che dovrebbe interrogare direttamente la politica e le istituzioni: il rapporto tra condizioni socio-economiche, territorio e rischio di utilizzo problematico delle tecnologie.
Il fenomeno attraversa tutte le fasce sociali, ma tende a presentare un’incidenza leggermente superiore nei contesti svantaggiati.
Ancora più evidenti sono le differenze territoriali.
La Campania registra le percentuali più elevate di adolescenti a rischio di uso problematico dei social network, pari al 16,4%, e dei videogiochi, pari al 19,3%. La Valle d’Aosta presenta invece i valori più contenuti, rispettivamente il 9,5% e il 15%.
Sono differenze che non autorizzano spiegazioni semplicistiche, ma indicano quanto sia importante approfondire il contesto in cui crescono i giovani.
L’accesso ad attività sportive, spazi di aggregazione, opportunità culturali, servizi educativi e sostegno psicologico può contribuire a offrire alternative e risorse nella vita quotidiana.
Perché il punto non è soltanto quanto spazio occupi uno smartphone nella giornata di un ragazzo.
La domanda è anche quanto spazio la società riesca a offrire, fuori da quello schermo, alle sue relazioni, alle sue passioni e al suo futuro.
Dopo il Covid, un benessere psicologico ancora fragile
Un altro dato del rapporto merita particolare attenzione.
L’indice di salute mentale degli adolescenti tra i 14 e i 19 anni, elaborato dall’Istat, ha mostrato un miglioramento negli ultimi due anni, raggiungendo quota 72 nel 2025. Rimane tuttavia inferiore ai livelli precedenti alla pandemia.
È il segnale di una fragilità che non può essere archiviata come una semplice conseguenza temporanea dell’emergenza sanitaria.
La pandemia ha inciso profondamente sulle esperienze di socializzazione e sui percorsi di crescita di molti giovani. Ma sarebbe scorretto attribuire automaticamente al digitale le difficoltà psicologiche che continuano a emergere.
La salute mentale dipende da una pluralità di fattori: relazioni familiari, condizioni economiche, ambiente scolastico, esperienze personali, opportunità sociali e qualità dei servizi di supporto.
Le tecnologie si inseriscono in questo quadro, senza poter essere considerate né l’unica causa del disagio né un elemento privo di conseguenze.
Vietare non basta. Serve educare, ascoltare e assumersi responsabilità
Di fronte a questi dati, la tentazione più immediata è cercare una soluzione semplice: meno smartphone, meno social, più divieti.
Regole e limiti appropriati all’età possono certamente essere utili. Ma non possono sostituire un progetto educativo più ampio.
Occorre insegnare ai ragazzi a riconoscere i meccanismi delle piattaforme, a distinguere contenuti affidabili e manipolativi, a proteggere la propria identità digitale e a gestire il rapporto con il giudizio degli altri.
Serve una scuola capace di affrontare l’educazione digitale non soltanto come competenza tecnologica, ma anche come educazione alle relazioni, alle emozioni e alla consapevolezza.
Servono famiglie accompagnate, non lasciate sole davanti a strumenti e linguaggi che cambiano rapidamente.
Servono servizi di ascolto e sostegno psicologico accessibili, soprattutto dove le opportunità educative e sociali sono più limitate.
E serve una responsabilità concreta anche da parte delle aziende tecnologiche, chiamate a interrogarsi sul funzionamento di algoritmi, notifiche e sistemi progettati per trattenere il più a lungo possibile l’attenzione degli utenti.
Non possiamo chiedere soltanto agli adolescenti di imparare a gestire ambienti digitali costruiti da adulti, governati da interessi economici e capaci di influenzare profondamente i comportamenti.
La tutela dei minori deve essere una responsabilità condivisa.
La vera sfida è non lasciare soli i ragazzi
Il merito principale del rapporto dell’Osservatorio #Conibambini è quello di riportare il dibattito sul terreno dei dati, lontano sia dall’allarmismo sia dalla superficialità.
La tecnologia non è un nemico da combattere indiscriminatamente. Può rappresentare uno straordinario strumento di conoscenza, inclusione e partecipazione.
Ma nemmeno possiamo fingere che tutte le esperienze digitali siano innocue o che gli adolescenti dispongano sempre degli strumenti necessari per affrontarle.
Il compito degli adulti non è guardare con nostalgia a un’infanzia senza smartphone, né limitarsi a contare le ore trascorse online.
È comprendere ciò che i ragazzi vivono, riconoscere i segnali di disagio, costruire relazioni di fiducia e offrire opportunità reali di crescita.
Perché dietro ogni profilo social, ogni fotografia pubblicata, ogni video visualizzato e ogni notifica ricevuta c’è una persona che sta costruendo la propria identità.
E che ha bisogno di essere ascoltata, non soltanto controllata.
La vera domanda, allora, non è se i nostri adolescenti siano troppo connessi. È se noi adulti siamo abbastanza presenti nella loro vita.










