Bolsonaro non può fare campagna, ma il suo avatar IA sì? Il caso che sfida la giustizia in Brasile

Una folla con bandiere brasiliane assiste a una convention politica mentre su un grande schermo appare la sagoma luminosa e scomposta di un avatar digitale

’ex presidente brasiliano, ineleggibile e sottoposto a restrizioni nelle comunicazioni pubbliche, è apparso in forma digitale durante il lancio della candidatura del figlio Flávio. Adesso la giustizia elettorale deve stabilire se l’intelligenza artificiale sia stata utilizzata per aggirare i limiti imposti alla persona reale.

Jair Bolsonaro non era sul palco della convention che il 25 luglio, a San Paolo, ha ufficializzato la candidatura presidenziale del figlio Flávio. Eppure la sua immagine, la sua voce e il suo stile comunicativo hanno dominato ugualmente la scena.

L’ex presidente brasiliano è apparso su un grande schermo attraverso un avatar generato con l’intelligenza artificiale. Una ricostruzione digitale dichiaratamente artificiale, presentata davanti ai sostenitori del Partito Liberale per ribadire il sostegno alla candidatura del figlio e mantenere vivo il legame tra il nuovo candidato e l’eredità politica del padre.

Quello che poteva sembrare soltanto un espediente spettacolare è diventato rapidamente un caso giudiziario. Una coalizione di partiti vicini al presidente Luiz Inácio Lula da Silva ha chiesto l’intervento del Tribunale superiore elettorale, sostenendo che il video possa avere violato le regole brasiliane sull’impiego dell’intelligenza artificiale nelle campagne politiche.

La domanda posta ai giudici va però oltre la disciplina dei deepfake: una persona sottoposta a restrizioni nelle comunicazioni pubbliche può tornare a parlare agli elettori attraverso una propria replica digitale?

Perché Bolsonaro non poteva partecipare direttamente

Jair Bolsonaro è ineleggibile fino al 2030. Nel 2023 il Tribunale superiore elettorale lo ha condannato per abuso di potere politico e uso improprio dei mezzi di comunicazione, in relazione agli attacchi rivolti al sistema elettorale brasiliano durante la campagna del 2022.

Nel settembre 2025 l’ex presidente è stato inoltre condannato a oltre 27 anni di reclusione per il tentativo di sovvertire il risultato delle elezioni vinte da Lula. La sentenza è stata successivamente confermata dal collegio della Corte suprema chiamato a pronunciarsi sul suo ricorso.

Bolsonaro si trova agli arresti domiciliari ed è sottoposto a forti limitazioni. Non può utilizzare liberamente telefoni e social network per comunicare politicamente, né servirsi di soggetti terzi per diffondere i propri messaggi. Anche le visite di carattere politico-elettorale possono essere vietate: pochi giorni prima della convention, la giustizia aveva respinto la richiesta di consentire al presidente argentino Javier Milei di incontrarlo.

L’avatar ha quindi permesso alla sua immagine politica di raggiungere un luogo dal quale la persona reale era, di fatto, esclusa.

L’avatar che incorona il figlio Flávio

Nel video, il Bolsonaro digitale si è presentato come un leader “imprigionato e silenziato” e ha indicato Flávio come il proprio successore politico. L’apparizione non è stata costruita per ingannare il pubblico sulla sua origine: agli spettatori è stato comunicato che il contenuto era stato generato con l’intelligenza artificiale.

È proprio su questo elemento che si fonda la difesa della campagna di Flávio Bolsonaro. Secondo i suoi legali, il filmato non potrebbe essere considerato un deepfake illecito perché la sua natura sintetica era riconoscibile e dichiarata. Non sarebbe stato quindi presentato come una registrazione autentica né avrebbe attribuito al padre un intervento realmente pronunciato durante la convention.

La trasparenza sull’origine artificiale del contenuto, tuttavia, potrebbe non essere sufficiente. Il punto non è soltanto sapere se il video fosse vero o falso, ma comprendere se abbia consentito di realizzare indirettamente una forma di comunicazione politica che Bolsonaro non avrebbe potuto compiere personalmente.

Cosa prevedono le regole brasiliane sull’IA

Il Brasile ha adottato una delle discipline elettorali più avanzate sull’impiego dell’intelligenza artificiale. Le regole impongono di segnalare chiaramente i contenuti sintetici e vietano l’utilizzo di materiali manipolati o fabbricati capaci di diffondere informazioni false e compromettere la correttezza della competizione.

La presenza dell’avvertenza sull’origine artificiale del video potrebbe dunque escludere l’inganno diretto, ma non risolve automaticamente il problema. L’avatar riproduceva infatti un soggetto reale, ne utilizzava l’identità politica e interveniva esplicitamente a favore di un candidato.

Il presidente del Tribunale superiore elettorale, Kassio Nunes Marques, ha ricordato che l’impiego dell’intelligenza artificiale nelle campagne non è vietato in assoluto, purché non venga utilizzato per danneggiare candidati o alterare la libertà di scelta degli elettori. Il tribunale non si è ancora pronunciato sul caso specifico.

La vicenda potrebbe quindi dipendere dalla qualificazione giuridica del filmato: legittima rappresentazione sintetica, propaganda elettorale irregolare oppure strumento utilizzato per eludere una misura giudiziaria?

Bolsonaro ha autorizzato il messaggio?

Esiste anche un problema di attribuzione. Non è ancora chiaro se Jair Bolsonaro abbia scritto, approvato o anche soltanto conosciuto in anticipo il contenuto del video.

Secondo alcuni esperti, l’ex presidente potrebbe non subire conseguenze personali qualora riuscisse a dimostrare di non avere registrato, commissionato o autorizzato il messaggio. La sua stessa condizione, con visite e comunicazioni sottoposte a controllo, potrebbe rendere difficile provare un suo coinvolgimento diretto.

Questo non eliminerebbe però l’eventuale responsabilità della campagna che ha prodotto e mostrato il contenuto. L’avatar non è un soggetto autonomo: dietro la sua voce, il suo volto e le parole pronunciate esistono persone che hanno scelto di utilizzarne l’identità.

L’intelligenza artificiale rende più complessa la ricostruzione della catena decisionale, ma non può trasformarsi in una zona priva di responsabilità.

Non è soltanto un caso di deepfake

Il caso Bolsonaro mostra un limite delle attuali regole sui contenuti sintetici. Gran parte della normativa si concentra sulla possibilità che l’IA venga utilizzata per ingannare gli elettori, attribuendo a un candidato parole o azioni mai compiute.

Qui il problema è differente. Nessuno ha cercato di nascondere completamente la natura artificiale dell’immagine. L’obiettivo era far parlare politicamente una replica riconoscibile di una persona reale che non poteva partecipare direttamente.

La trasparenza risponde alla domanda “questo contenuto è artificiale?”, ma non alla questione decisiva: “chi sta esercitando il potere comunicativo incorporato nell’avatar?”.

Se la sola indicazione dell’origine sintetica fosse sufficiente a rendere lecita qualsiasi apparizione, una persona sottoposta a un divieto potrebbe continuare a intervenire attraverso copie digitali, messaggi preregistrati, voci clonate e rappresentazioni automatizzate.

Un precedente destinato a interessare anche l’Europa

Il caso brasiliano anticipa una questione che potrebbe presto presentarsi anche nelle democrazie europee. L’AI Act introduce obblighi di trasparenza per i contenuti generati o manipolati artificialmente, mentre le normative nazionali regolano propaganda, responsabilità editoriale, diritto all’immagine e competizioni elettorali.

Queste discipline, tuttavia, non risolvono completamente il problema della sostituzione digitale della persona. Un avatar potrebbe continuare a diffondere messaggi dopo la morte del soggetto rappresentato, durante una sua incapacità, in presenza di un divieto giudiziario oppure senza che sia possibile accertarne il consenso.

La questione non riguarda soltanto la disinformazione. Riguarda la possibilità di separare l’identità politica dalla presenza fisica, trasformandola in un bene riproducibile e potenzialmente utilizzabile da partiti, familiari, società tecnologiche e responsabili delle campagne elettorali.

La politica delle repliche digitali

L’apparizione di Bolsonaro non ha semplicemente riportato virtualmente un leader assente sul palco. Ha dimostrato che l’intelligenza artificiale può conservare e riattivare il potere comunicativo di una persona anche quando quella persona non può esercitarlo direttamente.

La giustizia brasiliana dovrà stabilire se, in questo caso, siano state violate le regole elettorali. La domanda più ampia resterà comunque aperta: fino a che punto un avatar può sostituire politicamente e giuridicamente l’individuo che rappresenta?

Il rischio è che le campagne del futuro non siano popolate soltanto da candidati, ma anche dalle repliche digitali di leader assenti, silenziati o non più eleggibili. Figure capaci di parlare senza assumersi personalmente la responsabilità delle parole pronunciate.

Il caso Bolsonaro potrebbe diventare il primo vero banco di prova per capire se le regole costruite intorno alle persone siano sufficienti quando a parlare, davanti agli elettori, è la loro copia artificiale.