Chiedere a Google di rimuovere un risultato associato al proprio nome può incidere sulla reputazione, sul lavoro e sulla vita personale. Ma come si dimostra che quella richiesta è fondata? E come si può contestare un rifiuto se la risposta non spiega chiaramente perché la domanda è stata respinta?
Su questi aspetti è intervenuto il Tribunale di Milano, ordinando a Google di modificare le procedure utilizzate per gestire il diritto all’oblio. Il provvedimento impone di consentire agli utenti di allegare documenti e di rendere comprensibili le motivazioni dei dinieghi. L’adeguamento dovrà avvenire entro il 15 novembre 2026, con una penale di 20mila euro per ogni giorno di ritardo nell’esecuzione dell’ordine.
La notizia è stata diffusa il 6 ottobre. L’ordinanza risulta pubblicata il 5 ottobre, secondo il riferimento riportato da ItaliaOggi. Google ha già annunciato che presenterà appello.
La controversia riguarda il modo in cui si esercita il diritto
Il Tribunale ha accolto parzialmente un’azione inibitoria collettiva promossa da alcuni componenti dell’associazione Algopolio e altri ricorrenti nei confronti di Google LLC, Google Ireland Limited e Google Italy.
Al centro della causa ci sono gli strumenti attraverso cui gli utenti possono chiedere la deindicizzazione di informazioni personali. La decisione interviene sulla possibilità di rappresentare compiutamente il proprio caso e di comprendere l’esito della valutazione.
La documentazione può fare la differenza. Si pensi, ad esempio, a una notizia su una vicenda giudiziaria che abbia avuto sviluppi successivi: allegare il provvedimento conclusivo permette di spiegare perché la rappresentazione offerta dai risultati di ricerca venga contestata. Non comporta automaticamente l’accoglimento della domanda, ma mette a disposizione di chi la esamina elementi concreti.
Secondo i passaggi del provvedimento riportati dal Giorno, il Tribunale ha rilevato carenze sia nella possibilità di allegare documentazione utile sia nella chiarezza delle risposte negative. Un richiamo generico al bilanciamento tra diritti e interessi non permetteva di comprendere sufficientemente le ragioni del rigetto nei singoli casi.
Che cosa significa rimuovere un risultato da Google
Il diritto all’oblio nei confronti di un motore di ricerca riguarda la deindicizzazione: la rimozione di determinati collegamenti dai risultati restituiti in relazione al nome della persona interessata.
Questo intervento non cancella automaticamente l’articolo dal sito che lo ha pubblicato. La pagina originaria può continuare a esistere e a essere consultata attraverso altre modalità. Le linee guida europee distinguono la richiesta rivolta al motore di ricerca dal trattamento effettuato dal sito che ospita il contenuto.
La differenza è importante perché una ricerca nominativa può raccogliere informazioni lontane nel tempo e presentarle insieme, attribuendo loro una visibilità immediata. Una notizia rimasta in un archivio può così tornare centrale ogni volta che qualcuno cerca il nome di una persona.
La questione riguarda quindi anche la persistente reperibilità dell’informazione e il peso che questa assume nella vita attuale dell’interessato.
La privacy deve convivere con il diritto all’informazione
Il diritto all’oblio non permette di eliminare qualsiasi notizia sgradita. Il GDPR prevede condizioni per ottenere la cancellazione e riconosce espressamente eccezioni, tra cui il trattamento necessario per esercitare la libertà di espressione e di informazione.
La valutazione deve tenere conto delle circostanze concrete. La tutela della persona e l’interesse del pubblico a conoscere determinate informazioni possono entrare in conflitto: il compito di chi esamina la richiesta è motivare come questo equilibrio venga raggiunto.
Anche una risposta negativa può essere legittima. Deve però permettere di capire perché la domanda sia stata respinta, quali elementi siano stati considerati e quali ragioni giustifichino la permanenza del collegamento nei risultati.
La trasparenza serve anche a questo: consentire all’utente di valutare se integrare la richiesta oppure contestarne l’esito.
Nessuna rimozione automatica di tutte le pagine
L’accoglimento dell’azione è stato parziale. Il Tribunale ha respinto la richiesta di estendere automaticamente la deindicizzazione ottenuta per una pagina a tutti gli altri URL contenenti la stessa informazione.
La decisione non introduce dunque un meccanismo generalizzato per far scomparire dai risultati ogni contenuto relativo a una vicenda. Rafforza le garanzie della procedura, mantenendo la necessità di valutare le richieste in relazione ai singoli contenuti.
È un limite significativo: maggiore tutela nell’esercizio del diritto non significa accoglimento automatico delle domande.
Google: le nostre procedure sono già adeguate
Google contesta la decisione. Il portavoce della società ha annunciato l’appello e rivendicato gli investimenti in personale dedicato alla valutazione delle richieste, sottolineando la necessità di bilanciare la privacy individuale con il diritto all’informazione della collettività.
Nella nota, il gruppo sostiene inoltre che gli strumenti attuali consentano già di allegare la documentazione necessaria e che le risposte negative chiariscano i criteri specifici utilizzati.
