La tregua tra i giganti dell’intelligenza artificiale rischia di finire ancora prima di cominciare. Mark Zuckerberg non condivide la richiesta di rallentare insieme lo sviluppo dei modelli più potenti e sostiene che ogni azienda abbia già motivi sufficienti per investire nella sicurezza.
La posizione del fondatore di Meta rompe il fronte che si era formato attorno agli allarmi lanciati da Dario Amodei di Anthropic e sostenuti anche da Sam Altman di OpenAI ed Elon Musk di xAI. L’idea è evitare che le capacità dei nuovi sistemi crescano più velocemente degli strumenti necessari per controllarli.
Zuckerberg non è d’accordo. Secondo lui, concorrenza, reputazione e responsabilità legale spingono già i laboratori a evitare incidenti. Un’azienda che mette sul mercato un’intelligenza artificiale pericolosa rischia di perdere utenti, miliardi e credibilità.
Meta porta l’esempio di Muse
Per dimostrare che il sistema può funzionare, Zuckerberg cita proprio Meta. L’azienda ha rinviato il lancio di Muse, il nuovo agente di intelligenza artificiale capace di interagire con altre applicazioni, inviare email e compiere operazioni per conto dell’utente.
Il motivo del rinvio è stato il bisogno di rafforzarne sicurezza e affidabilità.
Meta sostiene inoltre l’utilizzo di valutatori indipendenti per esaminare i rischi dei modelli più avanzati. Ma per Zuckerberg tutto questo non richiede un accordo tra concorrenti: ogni laboratorio deve assumersi la responsabilità delle proprie scelte.
Ed è proprio qui che nasce il problema.
Se uno accelera, possono accelerare tutti
Una moratoria volontaria funziona soltanto se i principali concorrenti decidono di rispettarla. Se Meta continua a sviluppare modelli sempre più potenti, OpenAI, Anthropic e gli altri laboratori potrebbero trovarsi davanti a una scelta difficile: rallentare davvero oppure rischiare di perdere ricercatori, investimenti e quote di mercato.
La stessa concorrenza che Zuckerberg considera un incentivo alla sicurezza può quindi trasformarsi nell’incentivo opposto: correre per non lasciare spazio agli avversari.
È il paradosso che accompagna ormai tutta la corsa all’intelligenza artificiale.
L’Europa prova a entrare nella partita
La frattura tra le aziende emerge proprio mentre Bruxelles decide di intervenire.
Ursula von der Leyen ha appoggiato la richiesta di rallentare lo sviluppo dei sistemi più avanzati e annunciato l’intenzione di convocare i principali laboratori di frontiera. La Commissione vuole discutere valutazioni dei modelli, controlli indipendenti e sicurezza informatica.
Il timore europeo riguarda soprattutto sistemi sempre più capaci di agire autonomamente e di essere utilizzati anche per attacchi informatici sofisticati.
Ma il rifiuto di Meta mostra immediatamente quanto sia difficile costruire una tregua affidandosi soltanto alla volontà delle aziende.
Chi può davvero tirare il freno?
Il problema, a questo punto, supera Zuckerberg, Altman o Amodei.
Se i laboratori non riescono a concordare autonomamente un limite alla corsa, quel limite può essere stabilito soltanto da regole applicabili a tutti.
L’Europa dispone già dell’AI Act e dell’AI Office, ma l’accelerazione dei modelli di frontiera sta aprendo questioni che fino a poco tempo fa sembravano teoriche: quali capacità devono essere sottoposte a test indipendenti? Quando un agente diventa abbastanza potente da richiedere controlli aggiuntivi? E chi decide che un modello non è ancora abbastanza sicuro per essere distribuito?
Zuckerberg scommette sul mercato e sulla responsabilità delle aziende. OpenAI e Anthropic sostengono che la competizione possa invece impedire alle aziende di fermarsi.
È questa la vera frattura che si apre nella Silicon Valley. E la domanda, ormai, non è soltanto quanto velocemente avanzerà l’intelligenza artificiale.
È chi avrà davvero il potere di premere il freno.
