Washington restringe l’accesso al mercato americano per imprese e laboratori cinesi; Pechino risponde vietando i rapporti con sette soggetti statunitensi e irrigidendo i controlli sull’esportazione di droni e componenti. Non è ancora un blocco commerciale generalizzato, ma lo scontro investe ormai l’intera infrastruttura che permette alle tecnologie di circolare.
Dalle tecnologie ai soggetti che ne certificano la sicurezza
La guerra tecnologica tra Stati Uniti e Cina ha superato il confine dei semiconduttori. Dopo i chip, le materie prime critiche e le apparecchiature per le telecomunicazioni, il confronto si è spostato su un terreno meno visibile ma altrettanto strategico: laboratori di prova, organismi di certificazione, controlli di conformità e sistemi utilizzati per ricostruire la provenienza dei prodotti.
Le nuove contromisure annunciate da Pechino rappresentano la risposta alle restrizioni introdotte dagli Stati Uniti contro operatori e prodotti cinesi. Il ministero del Commercio ha vietato a organizzazioni e cittadini cinesi di effettuare transazioni o avviare collaborazioni con sette soggetti statunitensi. Ha inoltre rafforzato l’esame delle licenze per esportare negli Stati Uniti droni, componenti essenziali e tecnologie già sottoposti ai controlli sui beni a duplice uso.
Non si tratta, quindi, di un divieto totale alla vendita di droni cinesi sul mercato americano. Le esportazioni interessate dovranno però superare valutazioni più rigorose e non potranno usufruire delle procedure semplificate previste dal sistema cinese delle licenze. Per le imprese statunitensi le conseguenze potrebbero tradursi in tempi più lunghi, costi maggiori e minore certezza nella disponibilità dei componenti.
La stretta americana che ha provocato la risposta di Pechino
Le decisioni cinesi arrivano dopo una nuova offensiva regolatoria degli Stati Uniti. Washington ha rafforzato le misure riguardanti le apparecchiature per le telecomunicazioni, i droni, i router, i cavi sottomarini, la robotica avanzata e gli inverter, indicando i rischi per la sicurezza nazionale derivanti dall’impiego di tecnologie prodotte o controllate da soggetti cinesi.
Particolarmente rilevante è l’intervento della Federal Communications Commission sul sistema di autorizzazione delle apparecchiature elettroniche. La FCC ha avviato una revisione delle regole applicabili ai laboratori stranieri che verificano la conformità tecnica dei dispositivi destinati al mercato statunitense.
L’obiettivo americano è impedire che le certificazioni necessarie alla commercializzazione di apparecchiature radio, wireless e per le telecomunicazioni siano affidate a strutture considerate sottoposte all’influenza di governi rivali. La procedura prevede un percorso più rapido per i dispositivi testati negli Stati Uniti o in Paesi che assicurano condizioni di reciprocità, mentre potrebbe essere escluso il riconoscimento dei laboratori attivi in Stati che non garantiscono un accesso equivalente.
Per i produttori cinesi il problema non riguarda soltanto il superamento di un controllo tecnico. Senza una certificazione riconosciuta dalla FCC, numerosi dispositivi non possono essere legalmente venduti negli Stati Uniti. Washington interviene quindi sull’infrastruttura che consente ai prodotti tecnologici di raggiungere il mercato, trasformando la conformità regolamentare in uno strumento di sicurezza nazionale.
Alla stretta sulle certificazioni si è aggiunto l’inserimento di altre 43 imprese cinesi nell’elenco previsto dallo Uyghur Forced Labor Prevention Act. La normativa americana mira a impedire l’importazione di merci collegate al lavoro forzato nello Xinjiang, ma per Pechino costituisce uno strumento politico utilizzato per colpire le aziende e le filiere produttive cinesi.
I sette soggetti americani colpiti dalla Cina
La risposta di Pechino si concentra proprio sulle organizzazioni coinvolte nelle attività di certificazione, tracciabilità e controllo delle catene di approvvigionamento.
Tra i soggetti colpiti figura Compliance Testing LLC, società dell’Arizona specializzata in prove di laboratorio e verifiche tecniche. Secondo le autorità cinesi, la società avrebbe sostenuto le iniziative della FCC considerate lesive dei diritti e degli interessi delle imprese della Repubblica popolare.
Nell’elenco sono state inserite anche Applied DNA Sciences, Stratum Reservoir, Altana Technologies, Responsible Business Alliance, Verité Group e Human Rights in China. Si tratta di soggetti che, con funzioni differenti, operano nell’analisi delle filiere, nella verifica della provenienza dei prodotti, nella valutazione delle condizioni di lavoro o nella tutela dei diritti umani.
Pechino li accusa di avere favorito o sostenuto le misure americane legate allo Xinjiang. Il provvedimento impedisce a cittadini e organizzazioni cinesi di intrattenere rapporti economici o di cooperazione con i sette soggetti, rendendo più difficile lo svolgimento di verifiche indipendenti all’interno delle catene produttive.
La Cina ha inoltre sospeso l’impiego di agenzie statunitensi per alcune ispezioni successive negli stabilimenti, necessarie nell’ambito del proprio sistema obbligatorio di certificazione. Anche Pechino, dunque, replica intervenendo sul riconoscimento degli organismi incaricati di controllare la conformità dei prodotti.
La guerra commerciale entra nei laboratori
Il confronto tra le due potenze assume così una dimensione nuova. Gli Stati Uniti mettono in discussione l’affidabilità dei laboratori cinesi; la Cina limita la possibilità per le proprie imprese di collaborare con società e organizzazioni americane. Entrambi i Paesi cercano di ridurre la dipendenza da soggetti appartenenti all’ecosistema tecnologico del rivale.
Laboratori, certificatori e società di audit non sono più considerati intermediari neutrali. Diventano attori strategici perché possono determinare quali prodotti abbiano accesso a un mercato, quali imprese siano ritenute affidabili e quali filiere rispettino gli standard tecnici, sociali e di sicurezza.
La portata delle misure è ancora selettiva. Washington e Pechino non hanno imposto un embargo generalizzato sui droni o sulle apparecchiature tecnologiche. La scelta di agire sui nodi più sensibili delle catene produttive può però avere conseguenze molto ampie, soprattutto in settori nei quali uno stesso dispositivo contiene componenti cinesi, utilizza software americano ed è certificato da laboratori presenti in diversi Paesi.
L’Europa rischia di restare stretta tra due sistemi
Le conseguenze riguardano direttamente anche l’Unione europea. I produttori europei di droni, dispositivi elettronici e apparecchiature connesse possono dipendere da componenti cinesi e, contemporaneamente, utilizzare laboratori o organismi statunitensi per ottenere certificazioni destinate ai mercati internazionali.
Le imprese europee attive in Cina potrebbero inoltre trovarsi tra obblighi occidentali sempre più severi sulla tracciabilità delle filiere e divieti imposti da Pechino alla collaborazione con alcuni dei soggetti specializzati proprio nello svolgimento di questi controlli. Rispettare una normativa potrebbe così rendere più difficile operare in un altro mercato.
Il rischio è la progressiva costruzione di due ecosistemi tecnologici separati, ciascuno dotato dei propri fornitori, standard, laboratori e organismi di certificazione. In questo scenario l’Europa dovrà rafforzare la propria autonomia anche nelle attività di prova e verifica, evitando di dipendere interamente dalle infrastrutture regolatorie statunitensi o cinesi.
La nuova fase della guerra commerciale non si combatte soltanto nelle fabbriche di chip o nei giacimenti di terre rare. Si combatte nei laboratori che provano un dispositivo, negli uffici che ne ricostruiscono la provenienza e negli organismi che ne autorizzano la vendita. Il controllo della tecnologia passa ormai anche dal potere di stabilire chi sia autorizzato a dichiararla sicura.



