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Dietro il falso video ci sarebbe un adolescente del Burkina Faso, che avrebbe utilizzato strumenti di generazione automatica di immagini e voci per creare un contenuto altamente realistico. L’obiettivo non sarebbe stato politico, ma legato alla ricerca di visibilità e riconoscimento online. La disinformazione AI diventa così un problema di sicurezza democratica, non solo di comunicazione.

Secondo l’AGCM, le nuove condizioni vietano a sviluppatori come OpenAI, Google o Anthropic di usare le API di WhatsApp per creare chatbot alternativi. Significa, in pratica, che chi usa WhatsApp può parlare solo con Meta AI e non con assistenti terzi. Questo potrebbe violare la normativa europea sui “gatekeeper”, le piattaforme così grandi da influenzare la concorrenza nei mercati digitali

Il tribunale di Colonia ha motivato la sua decisione evidenziando l’assenza, al momento, di una violazione chiara e diretta del GDPR da parte di Meta. La corte ha inoltre ritenuto che l’intenzione di informare gli utenti e offrire loro un’opzione per rifiutare l’uso dei dati sia sufficiente a garantire i principi fondamentali del diritto alla privacy